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Dalla Renania (ancora) con furore: i trentacinque anni di carriera dei Mad Max

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La band tedesca celebra il proprio anniversario con 35, un efficace album di hard rock melodico che aggiorna la lezione degli anni ’80

Dalla Renania con furore, ma non troppo. Infatti, i crucchi Mad Max sono una piccola istituzione di quel metal melodico che continua a tener viva la produzione musicale tipica degli anni ’80, barcamenandosi tra le cose più morbide dei Judas Priest e l’aor più sfacciato, ma interpretato con gran perizia.

Una vita artistica da mediano, per citare banalmente Ligabue, che dura da trentacinque anni con immancabili alti e bassi e una pausa di circa quindici anni, dal ’99 alla reunion del 2005, contraddistinta più dalla qualità, davvero alta, che dal successo.

La band celebra adesso il proprio compleanno con 35, uscito da poco per la Spv, un album convincente di hard rock melodico che cita i golden ’80 senza scadere nel nostalgismo. Lo fa con la sua formazione più classica, costituita dallo storico leader, il cantante chitarrista Michael Voss, dal chitarrista Jurgen Breforth e dal batterista Axel Kruse (che tra l’altro vanta una militanza nei Jaded Heart). Più il bassista Thomas Bauer, che suona anche negli Evidence One.

Coi nomi giusti al posto giusto il passo falso è impossibile e i Mad Max limitano al massimo le possibilità di errore, mantenendosi con coerenza e precisione tutte germaniche nel tracciato che li ha resi comunque una band di culto.

La copertina di 35

A proposito di consuetudini tedesche, non si può fare a meno di notare come neppure il quartetto di Munster rinunci al vezzo di aprire gli album con una breve intro strumentale, che nel caso di 35 è il minuto e rotti di The Hutch, un arpeggio elementare con un po’ di eco su cui si scatenano le divagazioni delle chitarre, veloci, pompate e un po’ sporche come da cliché ottantiano.

Running To Paradise attacca con una citazione sfacciatissima di The Hellion dei Judas Priest a cui segue un riff che sembra tratto di peso dal classico priestiano Defenders Of The Faith e solo il refrain decisamente arioso, interpretato in maniera leggera da Voss, ingentilisce l’insieme.

Beat Of The Heart, il singolo apripista, è un pezzo americaneggiante che ricorda i Bon Jovi di Slippery When Wet.

Altro attacco priestiano, che stavolta sembra provenire da Turbo, in D.a.M.n, che però si sviluppa in direzione più marcatamente radiofonica, con tanto di coro da stadio.

Decisamente più pesante, Snowdance è un bell’esempio di power metal caratterizzato dal contrasto tra la linea melodica accattivante e riff pesanti più ritmica schiacciasassi con la doppia cassa in evidenza.

Melodica e cadenzata, la title track rifà il verso al Ronnie James Dio di Sacred Heart.

Already Gone è un altro hard radiofonico alla Bon Jovi impreziosito dall’ottimo lavoro delle chitarre.

False Freedom, più rallentata e melodica, si segnala per un coretto ruffiano alla Kiss vecchia maniera.

La veloce Goodbye To You, grazie a un riff pesante e a una ritmica sostenuta, è un altro pezzo metal ottantiano. Anche in questo caso il riferimento ai Priest è d’obbligo, tranne per la voce di Voss più roca e meno potente di quella del mitico Halford.

Epica e maestosa, Rocky Road ha un suggestivo andamento da power ballad con un crescendo da manuale a metà brano che lancia gli ottimi assoli di chitarra.

Sarebbe la chiusura, studiata ad arte per lasciare l’ascoltatore con una bella melodia nell’orecchio. Ma è la bonus track Paris Is Burning a calare il sipario con un’altra tirata power metal da manuale.

I Mad Max

Figli anch’essi in parte del cosiddetto internet revival che ha dato nuova linfa alla tradizione metal, i Mad Max sono un esempio di come la coerenza e la testardaggine possano aver ragione delle mode.

Duri ma non troppo, dotati di grandi capacità tecnico-artistiche mai esibite gratuitamente ma messe con efficacia al servizio delle canzoni, i quattro tedeschi saranno mediani ma non rientrano nella cosiddetta medietà. Sono, semmai, delle eccellenze che forse non hanno avuto l’occasione giusta per esplodere ma hanno la tenacia per continuare a esprimersi al massimo. Visto che ci siamo, ascoltiamoli come si deve, dato che tanta testardaggine alla fin fine è un premio per chi li ascolta.

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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