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Il Mostro di Firenze: ecco perché non l’hanno beccato

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La criminologa Chiara Penna ricostruisce in un libro l’inchiesta sul più famoso serial killer italiano e racconta gli errori degli investigatori. E spiega: forse era un uomo coltissimo di formazione anglosassone. E Pacciani? Una vittima innocente del sistema giudiziario

Serviva davvero una vera storia del Mostro di Firenze? Forse sì, specie alla luce delle ultime, incredibili rivelazioni secondo cui il più celebre serial killer italiano sarebbe nientemeno che un militare americano di stanza in Italia proprio nei dodici anni in cui sono avvenuti gli otto duplici omicidi attribuiti al Mostro.

E l’incredulità cresce, visto che il mostro non sarebbe altro che Zodiac, il celebre assassino seriale statunitense, che tuttavia non mutilava le vittime femminili come il suo omologo tricolore.

Pietro Pacciani

Una crudele fake new per tenere alta l’attenzione e consentire la consueta ridda di pubblicazioni che d’estate vanno fortissime? Forse, tanto più che Joseph Bevilacqua, l’ufficiale italoamericano finito nel mirino dei media ha smentito ogni illazione e ha annunciato querele.

Nel dubbio, la criminologa e avvocata cosentina Chiara Penna tenta un’operazione verità col suo La vera storia del Mostro di Firenze (appunto…), un saggio denso e onesto pubblicato dalla romana Fermento.

La criminologa Chiara Penna

Un saggio denso e non facile, perché concepito ed elaborato col rigore della studiosa che concede poco ai clamori della cronaca e, ovviamente, non va a caccia di scoop. Perciò un saggio onesto, che sottopone a una critica serrata tutte le piste investigative seguite nel corso degli anni, in particolare quella che ha condotto all’arresto di Pietro Pacciani prima e dei compagni di merende poi, senza avere la pretesa di fare chissà che rivelazioni, cosa difficilissima anche per i più incalliti maniaci del giornalismo investigativo.

Con molto più rigore la studiosa calabrese dichiara i suoi intenti sin dal primo capitolo: «Questo lavoro espone lo studio dei delitti del Mostro di Firenze, analizzando i fatti e mettendo in risalto la totale assenza di riscontri oggettivi ai risultati dell’attività d’indagine svolta e, allo scopo di fornire una trattazione completa, si analizzano la struttura e gli eventi caratterizzanti le condotte criminose del killer e le dinamiche degli eventi».

La copertina del libro di Chiara Penna

Da queste battute iniziali si capisce l’approccio garantista dell’autrice nei confronti di Pacciani. Non è retorica avvocatesca, intendiamoci, visto che lo stesso garantismo anima la sentenza con cui Francesco Ferri, all’epoca presidente della Corte d’Appello di Firenze, scagionò Pacciani nel ’96: «Tali sentimenti non debbono far velo alla serenità di giudizio, perché nel processo è in giuoco innanzitutto la vita di un uomo, l’imputato, e non v’è imputato, per quanto infame possa essere stata la sua vita precedente, per quanto umanamente sgradevole sia il suo comportamento, che non abbia diritto ad un processo giusto e ad una sentenza giusta».

Un magistrato d’altri tempi? Sì, perché quelli erano anche gli anni in cui, dopo i clamori forcaioli di Tangentopoli, iniziava una riflessione seria sulla giustizia a cui prese parte lo stesso Ferri che, non appena dimessosi dalla magistratura, pubblicò Il caso Pacciani. Storia di una colonna infame (Pananti, Firenze 2016), in cui denunciava quello che, a suo parere, era lo strapotere dell’accusa. E chi meglio del rozzo contadino toscano, già pregiudicato per omicidio e maltrattamenti familiari poteva essere la pietra di paragone dello strapotere di quegli inquirenti, che dovevano dare un nome e un volto al Mostro per placare l’opinione pubblica?

Il procuratore Pier Luigi Vigna

Già il modo in cui si arrivò a mettere Pacciani sotto accusa ha dell’incredibile, a rileggere la vicenda col senno del poi: il contadino finì nel mirino in seguito a un calcolo complesso elaborato col computer. E la sua vicenda ha tuttora un retrogusto amaro, visto che Pacciani morì dopo essere stato rinviato a giudizio una seconda volta in seguito al ricorso in Cassazione della pubblica accusa.

Un processo irrisolto, dal quale tuttavia sono scaturite altre condanne ai compagni di merende Mario Vanni detto Torsolo e Giancarlo Lotti detto Katanga. Ma sono scaturite anche molte altre tracce, una più suggestiva (e fantasiosa) dell’altra: si pensi a quella esoterica, in cui sarebbero stati coinvolti un fantomatico mago e personaggi piuttosto improbabili; o si pensi a quella relativa a un secondo livello, una setta (forse di tipo massonico) in cui sarebbero stati coinvolti esponenti della upper class del Centro Italia e non è un caso che al mistero del Mostro si sia aggiunta la vicenda, anch’essa misteriosa, della morte di Francesco Narducci, medico e professore universitario di Perugia considerato capo della setta di persone bene che avrebbero commissionato i delitti a Pacciani e ai suoi compari.

Una scena del crimine del Mostro di Firenze

Rispetto a tutte queste ipotesi Chiara Penna fa pulizia ed esemplifica non poco il quadro dell’enigma: «Il Mostro di Firenze non è un uomo che uccide per motivi passionali, non è un assassino “a pagamento” e non è un killer di mafia o un terrorista: è un serial killer che ha operato seguendo percorsi psicologici e psicopatologici complessi e difficili da decifrare».

La criminologa fa un riferimento esplicito alle tre perizie redatte sul Mostro per tracciarne un identikit.

La prima è quella redatta nel 1984, quando il Mostro non aveva ancora finito di colpire, dall’equipe di esperti guidata dal professor Francesco De Fazio su incarico di Pier Luigi Vigna, Francesco Fleury e Paolo Canessa, i magistrati che seguivano il caso.

Francesco Narducci

Secondo il profilo di De Fazio, l’assassino sarebbe un soggetto di sesso maschile, alto 1,85, dalle pulsioni sessuali problematiche (nella relazione si parla al riguardo di iposessualità), di tipo sadico-feticistico. Cosa non secondaria, sempre secondo la relazione De Fazio, l’assassino avrebbe una cultura di tipo anglosassone, probabilmente protestante.

La seconda perizia è stata elaborata nel 1989, quando il Mostro non colpiva più da quattro anni circa da un team dell’Fbi su incarico della Squadra antimostro e della Procura di Firenze. Ne emerge un quadro un po’ più complesso: secondo gli agenti speciali americani, il serial killer avrebbe agito senz’altro sotto la spinta di impulsi sessuali di tipo sadico deviati, avrebbe una cultura media e condurrebbe un’esistenza solitaria.

La terza perizia è quella redatta da Francesco Bruno per i difensori di Pacciani. Secondo il criminologo calabrese, il serial killer sarebbe di elevato livello socio-culturale e di grandi capacità intellettive. Dalla relazione Bruno, la più dettagliata, emergono alti particolari estremi: l’assassino non soffrirebbe solo di turbe sessuali, ma avrebbe una personalità multipla. In altre parole, sarebbe il classico Mister Hide che si celerebbe sotto le apparenze di un insospettabile e assai rispettabile Dottor Jekyll.

Il criminologo Francesco Bruno

Tutto qui? Non è poco comunque e, in tutti e tre i casi ce n’è quanto basta per scagionare Pacciani, che era piuttosto incolto e dotato di una psicologia rozza e di una sessualità tutt’altro che ipo.

Niente sette, di morti di fame o di viziosi, niente killer a pagamento né guardoni andati a male: l’assassino che, secondo Chiara Penna, avrebbe colpito in almeno sette casi su otto (il primo delitto del ’68 resta quello più problematico da attribuire) è ancora un perfetto sconosciuto.

La vera storia del Mostro di Firenze ha il classico finale aperto perché il caso, prima naufragato e poi estesosi tra prove e indizi problematici, non è mai stato chiuso e forse l’assassino, come recita il titolo del primo film dedicato al Mostro, è ancora tra noi.

Forse.

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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