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Aprile offre la pace in nome del Sud… ma a chi?

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L’autore di “Terroni”: basta guerre e uniamoci per il Mezzogiorno. Un pentimento tardivo o i neoborbonici sono in riflusso?

Non ci si meraviglierà mai abbastanza di certe uscite surreali. Anche quando provengono da surrealisti del calibro di Pino Aprile.

Al Nostro, che vede complotti dappertutto a danno di un Sud altrimenti prospero e bello, stavolta le fiabe non bastano. Né basta quella immensa favola a cui è convinto di aver ridotto la storia.

Aprile adesso mira in alto e punta alla politica economica, per poi lanciare, con la consueta rumorosità, una proposta diplomatica: i temibili neoborbonici sono pronti a siglare una tregua coi massacratori del Sud purché tutti, ci si unisca in una crociata meridionalistica contro i predoni 2.0 rei di affamare per l’ennesima volta il Mezzogiorno.

La perla non proviene dalla pagina Facebook da cui il giornalista pugliese svelena urbi et orbi, ma da una testata normalmente più seria quale il Corriere del Mezzogiorno, di cui l’articolessa del Nostro, altrettanto prolissa ma molto meno godibile delle vecchie lenzuolate, occupa l’intera pagina 11, dedicata a Cultura & Tempo libero, dell’edizione del 20 settembre. Ora, di cultura si può anche discutere, ma è certo che di tempo libero ce ne vuole non poco per digerire tutta la mattonata del giornalista pugliese dal titolo altisonante: Neoborbonici, dopo le liti le proposte, tanto più che complottare richiede tempo ed energie.

A dirla tutta, il corpo centrale della proposta di Aprile non sarebbe da buttar via: tolti i soliti riferimenti a massacri, stupri (di massa anch’essi), deportazioni e quant’altro, resta in piedi il fatto che i recenti accordi internazionali per la nuova via della seta tagliano fuori il Sud. Sia via terra sia via mare. Resta anche in piedi l’accusa di omessa tutela di alcuni importantissimi prodotti agroalimentari meridionali, quali il vino e l’olio.

Insomma, la polemica contro i vivi regge di più delle accuse ai morti in cui l’ex direttore di Gente, improvvisatosi storico, si è specializzato da anni.

Certo, qualche svarione c’è. Ad esempio, la critica a Gentiloni di non aver agito a favore del Sud non implica che Gentiloni sia antimeridionale. E il fatto che un ministro veneto come Galan agisca per favorire il proprio territorio d’origine non vuol dire che lo faccia per un pregiudizio antimeridionale. Il problema, semmai è che il Mezzogiorno, più che odiato, sembra quasi indifferente.

Ovviamente Aprile se la prende soprattutto con le classi politiche del Sud, sebbene si guardi bene dal fare nomi e dal riferire circostanze specifiche. I politici meridionali, al solito, sono accusati di essere la quinta colonna (o ascari, fate voi…) del Nord, al solito, depredatore, senza che lo sfiori il dubbio che l’attuale minorità del Sud sia l’esito dei sistemi elettorali, soprattutto locali e regionali, combinati con l’altro, più micidiale, sistema delle autonomie. Logico che il differente peso economico dei territori, a cui i politici sono così agganciati da non poter perseguire un interesse più globale, entri nelle decisioni vitali. Ma questo è un altro discorso.

Arriviamo al nocciolo della proposta di Aprile: «Lanciamo una vertenza-Sud su un tema che scegliamo fra vie della seta e patti con Canada e Cina: facciamo sentire al resto d’Italia che è finito il tempo del massacro del futuro del Sud (su quelli del passato ci scanniamo a parte)». E ancora: «Facciamo qualcosa insieme, continuando a litigare sul resto. O ci faremo dire che siamo bravi solo a scontrarci fra noi, mentre chi ci usa ci spoglia? (Nelle colonie le guerre civili indotte dai colonizzatori tengono occupato e potano il popolo che viene derubato)».

E come dar torto ad Aprile quando dice che «le liti lasciano il segno, se non se ne approfitta per trarne un bene comune»?

Solo che, a questo punto, occorre capire bene chi ha litigato con chi. Detto altrimenti: siamo sicuri che la politica che conta, anche al Sud, si sia davvero accorta dell’esistenza della galassia borbonizzante di cui Aprile è una delle supernove e se ne sia accorta al punto di aggredirla? Siamo sicuri che il nostro sciattissimo mondo accademico abbia considerato per davvero così pericoloso l’aprilismo da dichiarargli guerra? Siamo sicuri che le lobby di superpotere italiote si siano convinte che i neoborbonici siano un nemico temibile per loro?

La verità potrebbe essere più piccola e, soprattutto, più prosaica di come la figura il giornalista pugliese. Ad osservare i dibattiti degli ultimi cinque anni si notano due cose: l’iperaggressività dei gruppi di ispirazione neoborbonica, pronti a linciare e insultare, soprattutto in rete, chi non la pensa come loro e la sostanziale, a volte colpevole, indifferenza di tutto il resto.

Il mondo accademico si è svegliato solo di recente, in seguito all’approvazione operata in Puglia e in Basilicata, delle mozioni grilline sul giorno della memoria dedicato alle vittime del Risorgimento. Solo dopo lo choc, sono iniziate le polemiche, in cui, a scorrere le rassegne stampa, i toni degli accademici risultano comunque più misurati (detto altrimenti, non insultano). Prima di allora, cioè di questa estate, sono entrati in polemica solo gli accademici più impegnati nel mainstream, soprattutto Alessandro Barbero, conto il quale Aprile continua a lanciare strali anche in quest’articolo.

Diciamo questo al netto di fatti privati e di ipotetiche liti a quattr’occhi, di cui non possiamo sapere e che comunque in un dibattito pubblico non rilevano (o non dovrebbero rilevare).

Non risultano, inoltre, polemiche di rilievo mosse da Aprile e dal resto della galassia nei confronti della classe politica, soprattutto meridionale. Al contrario, risulta che Aprile abbia presentato i suoi libri, parrebbe non a titolo gratuito, per comparsata, in non pochi contesti politici.

Ci sono cose che forse Mister Sud non sa o sa benissimo e finge di non sapere.

La prima: il mondo accademico, insultato in tutti i modi (e la sostanziale inerzia dimostrata in tutta questa vicenda fa pensare che buona parte degli insulti sia più che meritata), non è composto solo dai baroni finiti, non sempre a torto, nel mirino: è costituito da ragazzi che si ammazzano di lavoro per quattro soldi e in condizioni di totale precariato.

La seconda: i conti in tasca, con tanto di nomi e cognomi (e, spesso, di relativi strascichi giudiziari) ai boiardi che ammazzano il Sud, non li ha fatti Aprile, ma tanti cronisti costretti a operare in contesti difficili e condizioni, anche economiche, impossibili.

Detto altrimenti: è facile pontificare sulle colonne del Corriere del Mezzogiorno, decisamente meno fare i giornalisti nelle testate locali, dove sputtanare qualcuno può essere pericolosissimo.

Detto questo si potrebbe anche fumare il calumet della pace, con tanto di olio pugliese e vini calabri. Ma chi lo dovrebbe fumare? Chi non sapeva neppure di essere in guerra?

L’uscita di Aprile fa pensare, semmai, che la galassia sia in entropia e che di tanti strepiti sia rimasto ben poco: giusto qualche modifica all’onomastica urbana, le petizioni, più rumorose che fruttuose, e qualche roccaforte in alcuni enti locali.

Per il resto, poco si sa di troppe cose. Ad esempio, che fine ha fatto il ricorso in Cassazione annunciato dal Comitato tecnico scientifico “no Lombroso”, costituito da apriliani e neoborbonici di ferro? Che accadrà in Basilicata, dopo che il Pd ha deciso di annullare la mozione grillina? E soprattutto, non sembra che Napoli abbia sposato in toto la causa neoborb, dato che anche De Magistris ha fatto marcia indietro sulla giornata della memoria.

Insomma, il movimento culturale è esploso ma non ha bucato, e ora rischia il riflusso. E Aprile? Mister Mezzogiorno prova a salvare il salvabile, soprattutto il ruolo di meridionalista mainstream che si è ricavato a suon di bestseller grazie alla bendisposta editoria settentrionale che, per far cassa, non ha esitato a inondare il mercato dei suoi libri, rivolti alla pancia, più che alla testa dei meridionali, che ora si incazzano a suon di spot.

Detto questo, si fumi pure. Ma è fumo che non sballa.

 

 

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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