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Pino Aprile attacca gli storici e incarica l’avvocato contro Il Mulino

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Il giornalista pugliese svelena alla grande contro la prestigiosa rivista, “colpevole” di non dar spazio ai revisionisti

Esterna parecchio ed esterna alla grande. Quando non è costretto a contenersi dai contabattute delle redazioni (anche di quelle più bendisposte nei suoi riguardi), Pino Aprile dà fondo alla grafomania e viola più di una regola base del giornalismo.

La prima è la sintesi: per polemizzare coi suoi contraddittori, il giornalista pugliese è capace di ammazzare i propri lettori con un post su Facebook di 12mila e rotte battute spazi inclusi. Non solo: inappagato dalla mole del post, che risulta illeggibile dallo smartphone, il Nostro dà il carico con periodi di tre-quattro righe prima di arrivare al punto.

La seconda regola violata è quella che impone chiarezza e, soprattutto, di circostanziare i fatti. E soprattutto, ma quest’altra norma è in disuso da un po’ in tutta la professione, di non alludere.

Veniamo alla polemica settembrina in cui l’ex direttore di Gente ha dato il meglio di sé. Lo spunto gli è stato fornito da due accademici, cioè Gian Luca Fruci e Carmine Pinto, rispettivamente ricercatore dell’Università di Bari e docente dell’Università di Salerno. I due a fine agosto hanno pubblicato sulla rivista Il Mulino un articolo lunghetto ma sostanzialmente contenuto (circa 8mila battute, che per una rivista scientifica vanno più che bene), attraverso il quale hanno preso posizione sulla commemorazione delle vittime meridionali del Risorgimento, approvata a fine luglio dal consiglio regionale della Puglia. E, visto che c’erano, hanno ripercorso la storia del revisionismo borbonico (non a caso l’articolo è titolato Borbonismo e sudismo).

Non entriamo nel merito: chi vuole legga l’articolo e giudichi da sé. Semmai è importante riprendere il passaggio che ha scatenato il livore di Aprile. Eccolo: «L’accordo fra Aprile, la galassia sudista e il M5S è stato sancito a Gaeta nel febbraio scorso allo scopo di far approvare in tutte le regioni meridionali una giornata per le vittime del Risorgimento, cercando il consenso trasversale del centrodestra e del centrosinistra. La mozione è stata votata a marzo in Basilicata, poi da alcuni municipi calabresi, mentre non ha avuto seguito al comune di Napoli grazie all’azione combinata di storiche e amministratrici». Probabilmente l’inesattezza c’è: i due autori, infatti, danno per scontata una circostanza non provata, cioè che tra i neoborbonici, Aprile e M5S vi fosse un accordo sancito a Gaeta a febbraio in occasione del tradizionale raduno dei sudisti. Altrettanto non provata, un’altra affermazione dei due storici: «Da lì l’idea di un salto di qualità e la ricerca di un interlocutore politico. Fra 2016 e 2017 il M5S ha abbracciato la causa, facendone praticamente l’unica sua battaglia culturale».

Ma tutto ciò non giustifica la reazione scomposta di Aprile che, l’8 settembre, sulla pagina Facebook Terroni di Pino Aprile equivoca artatamente e scrive: «Sarei tentato di chiedere agli autori una cortesia: faccio collezione di accordi, ho già quello di Yalta, mi manca quello di Gaeta, che poi sarebbe il mio a mia insaputa: potrebbero mandarmelo?».

Si potrebbe anche apprezzare l’ironia, ma c’è da sperare comunque che Aprile per accordo non abbia voluto intendere un trattato scritto (come quello di Yalta, che è un trattato e non un accordo, ci permettiamo di ricordare, ad Aprile e a chi lo legge). Certo è che il giornalista si sarebbe potuto limitare a dire di essere stato contattato da un esponente dei grillini che gli ha comunicato la bella notizia. Il tutto senza inveire né lanciarsi in crociate nei riguardi dei prof e senza straparlare de Il Mulino, che è una testata prestigiosa comunque, a prescindere da quel che ne pensa l’ex direttore di Gente.

Ora, l’esistenza di un accordo non è provata. Il che non vuol dire che quest’accordo non ci sia e che manchino i relativi indizi. È, per fare un esempio, un indizio o no la straordinaria sincronia con cui, proprio a partire dallo scorso febbraio, vari esponenti pentastellati si sono dati da fare per proporre mozioni e persino un ddl in Senato? È un indizio o no che il grillino abbia telefonato ad Aprile per dargli la lieta novella proprio mentre si preparava a partecipare al raduno neoborbonico di Gaeta, e magari con la speranza che la novella fosse comunicata – pardon, annunciata – alla platea? Tutto questo è indice che le parti in causa siano d’accordo e ciò, di traslato può significare accordo, che, lo ricordiamo ancora ad Aprile, non è proprio sinonimo di contratto né di trattato. E poi, che male c’è se i grillini, da cui abbiamo sentito tutto e il contrario di tutto, e i neoborbonici s’intendono?

Niente. Ciononostante, il giornalista ha dichiarato di essersi rivolto a un legale per pretendere una smentita dalla redazione de Il Mulino e, non avendo ottenuto soddisfazione, ha accusato la rivista di essere sbilanciata. L’accusa fa un po’ ridere, perché Il Mulino non è uno dei periodici mainstream su cui il nostro spadroneggia, bensì una rivista scientifica che si occupa di problematiche scientifiche.

Ma c’è di peggio: sul filo della paranoia, Aprile punta il dito anche sulla casa editrice Salerno, rea di aver pubblicato un volume di una nativa (l’antropologa Maria Teresa Milicia, che è di origini calabresi) dedicato a Cesare Lombroso, altra bestia nera dell’immaginario neoborbonico….

A questo punto tutto lascia pensare che l’autore di Terroni abbia un po’ di coda di paglia e voglia accreditare a tutti i costi la storiella dei grillini convertiti al verbo sudista di cui lui sarebbe, grazie al suo recente Carnefici, uno degli apostoli principali. Soprattutto: perché Aprile ha ribadito di non voler fare politica, cosa di cui nessuno, tra l’altro l’ha accusato? Mistero. Ma non è questo il principale svarione del Nostro, che in uno dei suoi consueti voli pindarici arriva persino ad alludere a consulenze privilegiate di cui gli ambienti accademici (storiografici?) sarebbero beneficati dai titolari delle trivelle al largo della Puglia.

Preso, anzi posseduto, dal sacro fuoco, il nostro tracima e, visto che c’è, riprende una sua vecchia polemica nei confronti dello storico Alessandro Barbero, reo di non considerare gli abitanti del Regno delle Due Sicilie una nazione e di aver influenzato anche Fruci e Pinto, che sostengono, in effetti che «il mito della nazione duosiciliana» si sia plasmato dopo la resa di Gaeta, a regno borbonico finito, e non prima.

Nessuno ha influenzato nessuno, perché i tre storici hanno ragione. Esisteva, è vero, un patriottismo napoletano, ma questo riguardava solo il Mezzogiorno continentale, visto che napoletani e siciliani non filavano d’amore e d’accordo e che i secondi ambivano, anche sotto i Borbone, all’indipendenza, col corollario di rivolte sanguinosissime.

Inoltre, il concetto di nazione è stato letteralmente inventato dal liberalismo, ovvero ciò da cui i Borbone si guardavano come della peste. Quindi, è vero che per i soldati napoletani contava soprattutto la fedeltà al re, che era, anche ai loro tempi, un retaggio premoderno. Ma questi erano i loro valori ed è un falso storico attribuirgliene altri.

E potremmo continuare. Però ci fermiamo qui: abbiamo superato le 7mila battute e non facciamo gli storici. Soprattutto, non siamo Pino Aprile.

Saverio Paletta

Per saperne di più:

L’articolo di Fruci e Pinto su Il Mulino

La replica al vetriolo di Pino Aprile

 

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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