Mondialista chi? Fusaro, Gramsci e la sinistra degli orfani
Diego Fusaro polemizza con Calenda su Soros e scrive sul giornale di Casa Pound: la sinistra ha rinnegato il suo passato e si è svenduta ai turbomondialisti. Tutti gli svarioni di un filosofo confuso
Forse il Signor G, starà chiedendosi ancora «dov’è la destra/dov’è la sinistra» al tempo di bossa del suo ultimo tormentone, prima di andare a suonare Altrove.
Ma non facciamolo sapere a Diego Fusaro, che sulla confusione di destra e sinistra ha costruito una fortuna mediatica che di solito non è alla portata dei filosofi.
Per deliziare la platea dei lettori de Il Primato Nazionale, l’organo di Casa Pound, il bel Diego si è prodotto di recente in una tirata sulla sinistra italiana e sul consueto turbocapitalismo mondialista, dal titolo che è tutto un programma: Perché le sinistre al servigio del capitale amano Soros.
L’articolo di Fusaro su Il Primato Nazionale
Già, sempre lui, il malvagio Soros, il falco dell’ultraliberismo per definizione, il bersaglio facile di tutti i dietrologi.
In questo caso, il riferimento al superfinanziere magiaro-americano (a cui Fusaro ha dedicato non poche performance politico-filosofiche in salsa dietrologica) è la ciliegina di un dolce avvelenato lanciato contro la sinistra, colpevolissima di aver mollato la lotta per le classi lavoratrici e di essersi appecoronati alle istanze del grande capitale apolide.

Certo, il prof torinese è chiaro, ma la chiarezza non può essere lo specchietto per esemplificazioni brutali che fanno a pugni con la complessità di pensiero che dovrebbe avere chi per professione e scelta di vita fa il filosofo.
Per capire meglio, prendiamo l’attacco del pezzo, in cui quasi senza accorgersene (o accorgendosene fin troppo), Fusaro riesce ad accreditare come verità di fede almeno due svarioni: «La storia delle sinistre è, per sua essenza, la storia della loro metamorfosi kafkiana: che dal partito comunista del glorioso Gramsci le ha infine portate ad essere le sinistre fucsia e arcobaleno al servigio delle classi dominanti».
Uno studioso come Fusaro, che ha dedicato a Marx e al marxismo una parte consistente della propria produzione, dovrebbe sapere (e di sicuro lui lo sa), che la sinistra, in Europa e in Italia, non è mai stata al singolare, a dispetto dell’egemonia del vecchio Pci, tra l’altro lautamente finanziata dai quattrini sovietici. Sono sempre esistite più sinistre, dalla vocazione senz’altro più libertaria, o comunque meno pregiudizievole al liberalismo, rispetto agli ambienti comunisti.
Va da sé che la fine dell’Urss ha travolto tutta la corposa produzione ideologica dei suoi fiancheggiatori. Una brutale semplificazione anche questa? Certo, ma almeno non la proponiamo come se fosse un dogma di fede.

Il secondo svarione riguarda Gramsci. Ma, prima di approfondirlo, è il caso di citare un altro pezzo dell’articolo di Fusaro.
Eccolo: «Da movimento organizzato partiticamente della lotta contro il capitale (Gramsci, Togliatti e la via nazionale al comunismo), esse [le sinistre, ndr] si sono metamorficamente ridefinite come movimento della lotta per il capitale: ogni loro vittoria, negli ultimi anni, è stata un bagno di sangue per le classi lavoratrici. Si pensi anche solo all’operato di Mitterand in Francia, D’Alema in Italia e Blair in Inghilterra».
Non è bello citare a ogni piè sospinto, ma stavolta è il caso: su Gramsci, varrebbe davvero la pena di risfogliare un po’ le considerazioni espresse in più libri da Giorgio Galli e da Luciano Pellicani: Gramsci non fu un intellettuale puro né una viola mammola, tantomeno un pedagogo della democrazia, come da ultimo l’ha voluto fare apparire Angelo D’Orsi nella sua recente biografia del pensatore sardo.
No, Gramsci fu un leader rivoluzionario di grande spessore e dalla palese inclinazione totalitaria (possiamo dirlo oppure fa ancora troppo Berlusconi d’inizio millennio?).

Ora, questo Gramsci non è stato ripudiato (e quanto stiamo per dire vale a maggior ragione per Togliatti) né superato dalla sinistra, ma semplicemente rimosso. Ed ecco perché spunta fuori – al pari di tutti i sogni irrealizzati che diventano incubi – come un mito incapacitante nei dibattiti a sinistra.
Questo Gramsci, che è poi quello vero, la sinistra comunista avrebbe dovuto superarlo, con i dibattiti e le pezze volanti che certi strappi comportano, a partire dalla svolta di Berlinguer, magari per rendere più credibile l’eurocomunismo.
A proposito di sinistra e pluralità, c’è chi questo strappo l’ha fatto: ricordiamo il famoso Vangelo Socialista del menzionato Pellicani e di Bettino Craxi, lanciato nell’estate del ’78, con cui il Psi ruppe non tanto con Gramsci, che tra i socialisti non era mai stato troppo di casa, ma con la tradizione marxista. Ecco: prima di rimproverarle ai postcomunisti di oggi che convivono coi democristiani 2.0 e con i superstiti della diaspora socialista, Fusaro dovrebbe fare un po’ di conti in tasca al Pci, che non rimosse Gramsci né ridimensionò come avrebbe dovuto l’appeal totalitario delle proprie dottrine perché lo strappo da Mosca era meno facile e più pericoloso di quanto appaia, anche per banali ragioni di sopravvivenza: i rubli sovietici al Pci sono finora il finanziamento politico meglio raccontato e più documentato della storia recente.

Il che non si può dire di ciò che si attribuisce ai magnati alla Soros.
Ma Fusaro le beau non molla e, da buon prof di filosofia, si lancia in un classico interrogativo retorico: «Perché dall’amore per Gramsci, che oggi hanno rinnegato, sono le suddette sinistre passate ad amare Soros, che un tempo avrebbero fieramente combattuto?».
Ed ecco la risposta: «“Io sto con Soros”, ha recentemente cinguettato, senza pudore, Carlo Calenda, immagine della sinistra market friendly di completamento del nesso di forza capitalistico». Il volo pindarico c’è tutto, ma non punta in alto bensì plana nella prosaicità di un dibattito contingente nato da un tweet dell’ex ministro.
Peggio dello scopo (colpire Calenda che a sua volta ha difeso Federico Fubini, il giornalista del Corriere della sera accusato da Maurizio Belpietro, il direttore del quotidiano La Verità, di essere sodale di Soros. Questo in estrema sintesi.
Ci scusiamo di essere costretti a sporcare l’Iperuranio di Fusaro coi fatti. Ma, senza per questo voler difendere l’antipatico Soros, i fatti sono a volte più testardi delle idee e meritano attenzione.
Dunque, Soros è Soros e non fa nulla per nasconderlo. Si sa che è un finanziere e che, come tutti i finanzieri, vive di speculazioni. Si sa, inoltre, che è allievo di Popper e ha creato una fondazione, la Open Society Foundation, che mira a promuovere e divulgare l’ideale di società aperta, teorizzato dal celebre filosofo.

È un cattivo da film: si sa chi è, cosa fa e non fa e, soprattutto, con chi se la fa e a chi dà i suoi quattrini. Di più: alcuni dei suoi beneficiari, ad esempio Emma Bonino, hanno dichiarato pubblicamente di aver ricevuto finanziamenti da Soros e lo stesso Fubini non ha mai negato di far parte dell’European Advisory Board dell’Osp di Soros. Scusateci ancora se sporchiamo coi fatti gli Empirei di Fusaro: questa si chiama trasparenza. E purtroppo non si può dire la stessa cosa di molti sovranisti, delle cui fonti di finanziamento si sa davvero poco.
Visto che la politica, purtroppo, si fa anche coi piccioli, sarebbe interessante capire dove attingono Orban e soci. I pochi di cui si sa qualcosa, ad esempio Marine Le Pen, non hanno proprio retroscena edificanti, visto che prove e indizi portano agli oligarchi amici di Putin. Nulla di male in tutto questo, ci mancherebbe: Putin e i suoi compari sono liberi di finanziare chi vogliono come lo è Soros.
Però occorre riconoscere una verità banale: gli oligarchi dell’ex impero sovietico, fanno lo stesso gioco di Soros.
I finanzieri, su questo ha ragione Fusaro, non hanno patria all’infuori del capitale. Sono tutti apolidi e internazionali e, se finanziano i sovranisti, lo fanno per gli stessi motivi per cui Soros finanzia gli internazionalisti e i libertari: lotte di potere e brame di ricchezza attraverso il condizionamento della politica.

E le vittime, in entrambi i casi, sono i lavoratori, i disoccupati e i migranti, perché non risulta che l’ex Urss sia un modello di accoglienza e di tutele sociali.
C’è un’espressione celebre nel gergo giornalistico per designare i finanzieri: falchi. Dalle invettive di Fusaro apprendiamo un’altra cosa: chi odia i falchi ama le aquile, siano quelle tornite del fascismo italiano, stilizzate del nazismo tedesco e bicipiti del regime di Hoxa. Ma sempre di rapaci si tratta.
In tutto questo, stupisce una cosa: il duello a botte di cinguettii tra il filosofo torinese e Calenda risale a metà gennaio. L’articolo su Il Primato Nazionale, invece, è del 24 gennaio. Possibile che quelli di Casa Pound, che si ispirano a un grande poeta e si abbeverano a giganti del pensiero passati (Evola) e presenti (de Benoist) si accontentino dei resti di una polemica esplosa sui social?
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