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“La tela di Penelope”: Colarizi e Gervasoni raccontano la storia della Seconda Repubblica, nata e finita sotto le spallate dei giudici

Potevano e non hanno voluto fare le riforme per cui gli elettori, dopo un cataclisma politico senza precedenti, gli avevano affidato un mandato importante, caratterizzato da un’ampia partecipazione al voto e da manifestazioni di piazza. Potevano e forse non hanno potuto rilanciare il paese, messo a dura prova da una fase di trasformazioni epocali.

Sono i protagonisti, leader e comprimari, della storia della Seconda Repubblica, dalla crisi di Tangentopoli alla fine del berlusconismo, che, a tre anni dalla storica condanna dell’ex premier, dà gli ultimi colpi di coda. Sono i partiti “leggeri” che hanno imperato nella lunga fase postideologica della cultura politica italiana, tra gli strascichi delle passioni del ’900 e i tentativi di partorire novità, puntualmente abortite. Spesso, sono state figure di basso profilo, provenienti dal vecchio sistema, di cui erano le seconde o terze file e che, fosse durato il vecchio regime, avrebbero faticato ad emergere. Altre volte, sono stati volti nuovi, anche se non proprio sconosciuti e non del tutto slegati dall’estabilishment del quarantennio precedente.

La domanda, a questo punto, è spontanea: si può raccontare questa storia, ancora carica di passioni e ancora in grado di dividere, a volte ferocemente, con serenità e con uno sguardo critico e distaccato?

Ci hanno provato Simona Colarizi, storica e docente di Storia contemporanea alla Sapienza, e Marco Gervasoni, anche lui contemporaneista e docente della medesima materia all’Università del Molise, che hanno scritto a quattro mani La Tela di Penelope. Storia della Seconda Repubblica, edito nel 2012 da Laterza. Il libro potrebbe risultare datato, specie si considerano i ritmi schizofrenici dell’editoria, dove tutto è in crisi fuorché le rotative e, parrebbe, la voglia di scrivere. Tuttavia, vale la pena ritornarci perché, in effetti, La Tela di Penelope fotografa in maniera compiuta il ventennio terribile che ha trasformato l’Italia e restituisce attualità a fatti e personaggi che, altrimenti, finirebbero dimenticati o confusi nel tritacarne mediatico.

Facciamo alcuni esempi: Gianfranco Fini e Achille Occhetto. I due leader, triturati, oltre che dai propri errori (anche marchiani), dalle trasformazioni convulse del sistema, sono state figure di prima grandezza nel sistema collassato appresso a Berlusconi nel 2012. Entrambi hanno contribuito a chiudere la partita con la cultura politica novecentesca, il primo per aver archiviato il neofascismo, il secondo per aver iniziato la lunga, e ancora non finita, transizione della sinistra italiana verso il postcomunismo. Di loro quasi più non si favella. E che dire di Francesco Rutelli, già sindaco di Roma e a un passo dal diventare premier? Cresciuto politicamente alla corte di Pannella, passato nei Verdi (un soggetto politico evaporato dopo un’effimera stagione di governo con Prodi) infine confluito nell’area centrista, prima con la Margherita e poi col Pd, quindi scomparso assieme ad Api, di cui era il leader? Per lui vale il discorso degli altri due. E vogliamo parlare di Bossi, altro incendiario – e, a modo suo, rivoluzionario – eclissato dal suo stesso partito? O di Antonio Di Pietro? Per tacere di altri soggetti, polverizzati del tutto (Comunisti Italiani e Msi-Fiamma Tricolore) o che sopravvivono a stento solo grazie al volontarismo coraggioso dei propri militanti, dopo aver avuto ruoli politici e, a volte, fette di potere. Ecco, occorreva un libro che raccontasse tutto questo, soprattutto ora che, un quarto di secolo dopo, questa storia sembra trapassata e quasi non desta meraviglia se, per i consueti scherzi della memoria, ci si ricorda più di Bettino Craxi e Giulio Andreotti che di Veltroni. Occorreva un libro che facesse capire come, attraverso tante vicissitudini e un ennesimo governo dei tecnici, si sia arrivati a Renzi.

Colarizi e Gervasoni non sono nuovi a operazioni del genere, di trasformazione della cronaca in storia. Ci avevano provato, e, sostanzialmente, ci erano riusciti con il bel La cruna dell’ago, pubblicato da Laterza una decina di anni fa, dedicato alla vicenda politica di Craxi. Ora cambia la metafora del titolo, che da cristiana diventa pagana, ma la parabola resta la stessa: il racconto di un sistema politico che collassa perché incapace di riformarsi e di riformare. E non è un paradosso che la storia si ripeta in peggio: il decennio craxiano finì tra i clamori di uno scandalo inedito sotto le spallate possenti della magistratura; la Seconda Repubblica è finita nell’indifferenza generale tra le macerie della crisi economica e i consueti avvisi di garanzia. Ma la dinamica di fondo di entrambe le storie, suggeriscono i due autori, è la stessa: un paese incapace di riformarsi mentre cambia. E si parla di paese e non di classe politica perché, a questo punto, sarebbe ingeneroso scaricare sulla seconda colpe che, in buona misura, appartengono anche il primo. Già: se non ce ne fossimo accorti, c’è stata una sostanziale novità, tra Tangentopoli e le inchieste giudiziarie che sono venute dopo. Quella creò l’illusione del contrasto tra una classe politica corrotta e una società civile sana, queste hanno dissolto l’illusione perché hanno scavato a fondo, anche quando non ne sono scaturite sentenze definitive di condanna, nei rapporti tra società e politica.

Perciò, forse, i due autori, sin troppo analitici nel raccontare Mani Pulite, avrebbero potuto dire qualcosa di più sulle altre inchieste che hanno puntellato la storia della Seconda Repubblica: almeno sull’avviso di garanzia che coincise con la fine del primo governo Berlusconi e sul ciclone giudiziario (a prescindere, in questo caso, dagli esiti concreti) che fece calare il sipario sul secondo governo Prodi nel 2008. Nessuna menzione, al riguardo, al fatto che lo scossone giudiziario a Prodi, tra l’altro, fosse partito dalla Calabria, una regione le cui vicende sono state fino al 2007 marginali nella storia nazionale. Ma questo, sia chiaro, non è un limite dei due autori, ma è insito nella professione degli storici, che hanno bisogno di documentazioni più certe di quelle che servono ai giornalisti, non fosse altro perché parlare e scrivere dei vivi è cosa ben diversa che farlo nei confronti dei morti.

Stesso discorso per i tentativi abortiti (la vicenda della bicamerale promossa da D’Alema) e realizzati solo in parte (la disastrosa modifica delle autonomie locali) di riforma della Costituzione. E forse sarebbe stata doverosa qualche considerazione in più sul ruolo della Lega, che comunque è stato il soggetto che ha imposto il desiderio irrealizzato delle riforme nell’agenda della politica e sull’impatto dell’Unione Europea sul sistema italiano, passato dal vecchio, sostanziale semiprotezionismo a una competizione sul mercato che si è rivelata a tratti fatale.

Penelope, la moglie di Ulisse, tesseva di giorno una tela che poi disfaceva di notte, per prendere tempo di fronte alle pressanti richieste dei giovani nobili perché, ritenuta vedova, sposasse qualcuno di loro. Ma, nei riguardi della classe politica della Seconda Repubblica, occorrerebbe parlare di orfani malcresciuti, privi dello spessore di chi li aveva preceduti (e che, non ci fosse stata Mani Pulite, non avrebbe lasciato loro spazio). E poi, nei confronti di chi avrebbero dovuto perder tempo? Dei cittadini, chiamati al voto con slogan televisivi al limite della tifoseria da curva sud? O dell’Ue, che comunque certe riforme le chiedeva e non a torto?

Ed eccoci al bivio, ora che una tela da tessere non c’è più perché è finito il filo. La fine della Seconda Repubblica ci ha lasciato il solito passaggio tra un governo “tecnico” (ma che differenza tra il composto rigore di Ciampi e il grigiore di Monti) e un governo, quello di Renzi, politico nella forma ma lobbistico nella sostanza e un’antipolitica, quella del Movimento 5 Stelle, che somiglia sin troppo a una postpolitica, sintomo di una disaffezione più che simbolo di una proposta. Ma questa è cronaca e, in attesa di approfondire la storia che Colarizi e Gervasoni hanno appena iniziato a raccontare, occorrerà del tempo. Con la speranza che non si diventi, da paese delle riforme impossibili, paese delle riforme inutili.

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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