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Il Capodanno meridionale degli Skunk Anansie

La band londinese conquista Cosenza in uno dei pochi veglioni di San Silvestro menzionati dai media nazionali. Rock ed energia nella terra delle tarantelle

Forse non sono più quelli di una volta e, a dispetto della riverniciata dell’ultimo Anarchytecture (2016), il loro sound risulta un po’ datato.

Tuttavia, i britannici Skunk Anansie hanno ancora molto da dire, soprattutto dal vivo. E lo hanno provato a Cosenza, con il concerto di San Silvestro.

Sì, il tempo passa per tutti, e la cinquantenne Skin si è piuttosto contenuta nel look: t-shirt, pantaloni da ginnastica, neppure troppo attillati, e una specie di giacca a vento bianca. Nulla a che vedere coi coté un po’ fetish degli anni ’90. Ma la voce è quella di sempre, acutissima fino allo stridore, più estesa che potente, tutta giocata sul particolare falsetto che ha resa celebre l’ex interior designer londinese.

Gli altri non sono stati da meno: il chitarrista Martin Kent, che porta qualche segno degli anni nel fisico, si è divertito a sciorinare i suoi riff duri-ma-non-troppo eseguiti con grande pulizia e si è concesso, qui e lì, qualche assolo; quadrato e fantasioso come sempre il bassista Cass, al secolo Richard Keith Lewis, forse il membro più dotato della band; potentissimo il batterista Mark Richardson, quasi a voler ribadire il legame tra il sound degli Skunk e il metal.

Loro sono stati quelli di sempre: precisi, tosti e duri quel che basta. E la scaletta? Non ha brillato, né poteva, per originalità: è quella del tour del 2016, con qualche brano in meno. Ad esempio, i bis: due – Hedonism (Just Because You Feel Good) e Secretly – anziché quattro. Il resto del set è un mix dei brani di Anarchytecture e i classici della loro poco più che ventennale carriera (Charlie big Potato e Follow Me Down).

Pubblico entusiasta e, soprattutto, niente calca, se non sotto il palco, grazie anche alla scelta degli organizzatori di distribuire alcuni maxischermi lungo il corso principale della città.

Per Cosenza, una città di poco meno di 70mila abitanti d’anagrafe, la presenza della band albionica è stata quel che si dice un evento, che, va detto, ha funzionato: menzioni nei media nazionali, presenze comunque stimate nelle decine di migliaia e organizzazione impeccabile. Un doppio segnale: da un lato, questo Capodanno cosentino può essere considerato un tentativo di risveglio delle città di provincia del Sud profondo; dall’altro, l’ennesimo tentativo, provinciale anch’esso, di emulare la rana che voleva imitare il bue.

Detto questo, anche San Silvestro è passato, con l’augurio che sia l’auspicio di un anno più rock, anche nel cuore dell’Italia più mediterranea.

 

 

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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