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Step Into The Light, il Paradiso del rock ritrova i suoi “Serpenti”

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Dopo sedici anni gli Snakes In Paradise tornano con un album griffatissimo di hard rock melodico di vecchia scuola, come se gli anni ’80 non fossero mai passati

Tra discografia e filologia: la label napoletana Frontiers azzecca l’ennesima resurrezione.

Stavolta tocca agli svedesi Snakes In Paradise, tornati assieme dopo sedici anni  su iniziativa del cantante Stefan Berggren che, dopo una serie di interessanti avventure musicali (Razorback, Company Of Snakes, più un album col mitico Lee Kerslake degli Uriah Heep e un altro da solista), ha radunato i vecchi compari di ventura per riprendere il filo di una storia rock tutta particolare: quella di una band entrata in ritardo nei circuiti dell’hard rock melodico, quando il grunge aveva sommerso tutto, ma capace di piazzare alcuni album significativi.

La copertina di Step Into The Light

Alla conta manca solo il tastierista Thomas Jannson, ma per il resto ci sono tutti, più attempati e musicalmente maturi: i chitarristi Thomas Jakobbson e Stefan Zimman Jonsson, che si dimostrano a loro agio sia nei riff granitici sia in assoli brillanti e melodici, e la sezione ritmica, costituita dal bassista Tomas Pomma Thorberg e dal batterista Peter Pettersonn, duttile quel che basta per interpretare le raffinatezze dell’aor e pesante quel che serve per ricordare che sempre di hard rock trattasi.

Gli Snakes In Paradise

Il prodotto riuscito di questa reunion è il recentissimo Step Into The Light, una raccolta di dodici pezzi che strizzano l’occhio agli Whitesnake di fine anni ’80, ai Deep Purple più melodici, ai Survivor e ai Boston.

L’originalità forse non è di casa (ma d’altronde non è neppure necessaria in operazioni di questo tipo), ma l’efficacia è a prova di bomba.

Lo prova subito l’open track Wings Of Steel, che parte con alcuni suggestivi ricami della chitarra solista su un arpeggio cupo e delicato ed esplode con un riff potente ed epico su cui Berggren lancia il suo cantato arioso e malinconico. Notevoli le incursioni soliste, forse le parti più heavy di una canzone che per il resto strizza l’occhio al pop rock d’antan.

La notturna e cadenzata Silent Sky è un bell’omaggio agli Whitesnake di Slip Of The Tongue e ai Survivor.

Will You Remember Me rievoca invece la formula che rese celebri i Boston: riff semplice e pulito e melodie potenti della chitarra con l’harmonizer a palla.

Angelin, come rimarca sin troppo il titolo dedicato a una donna, è la classica ballad dolce che in un album come questo non può mancare. Per fortuna, i Nostri conoscono bene la differenza tra la dolcezza e la sdolcinatezza ed evitano scivolate nel mieloso (per capirci alla Carrie degli Europe) e riescono a confezionare una bella melodia sognante.

Living Without Your Love è un’altra incursione nell’aor radiofonico che riesuma ancora i Boston.

Un riff un po’ più pesante e carico di groove apre e conduce If I Ever See The Sun, con cui il quintetto scandinavo si sintonizza di nuovo sulla banda sonora degli Whitesnake.

In After The Time Is Gone i Serpenti svedesi limano parecchio il sound e virano verso un pop rock di classe pieno di preziosismi: il riffing raffinato e sostenuto ma leggero, rinvigorito dall’hammond e i falsetti delicati esibiti da Berggren nel coro, orecchiabile ma garbato.

L’aspetto pop rock emerge anche nell’ariosa Love On The Otherside, caratterizzata da un crescendo gradevole e da una linea melodica accattivante.

Con Things la band sposta di nuovo l’accento sull’hard alla Boston, grazie al consueto mix di cori accattivanti e di temi melodici pompati dalle chitarre.

Il titolo, di nuovo dedicato a una donna, non tragga in inganno: Liza non è un lento ma un bel pezzo di aor americano dal sound griffato e dalla struttura armonica raffinata, che rinvia ai Toto.

Life’s Been Good To You & Me è un altro hard ottantiano pieno di riusciti flash di chitarra e dal coro ruffianissimo.

Step Into The Light, la title track, chiude l’album nel segno della dolcezza e della malinconia: è il classico lentone sognante delle feste dell’adolescenza che fu.

Gli Snakes In Paradise a inizio carriera

Si può rievocare il passato senza essere nostalgici? Sì, e gli Snakes In Paradise lo dimostrano.

In fondo, come abbiamo già detto in apertura, la band scandinava iniziò quando l’aor era alle battute finali e riuscì a tenerne vivo il sound nelle temperie non positive d’inizio millennio, con gran senso dell’equilibrio e gusto musicale non proprio alla portata di tutti.

Epici senza retorica e melodici senza melassa, i Serpenti sono un ritorno gradito, da ascoltare con la consapevolezza che gli anni ’80 non ritornano ma che la loro parte migliore sopravvive. E non è poco.

Da ascoltare:

 

 

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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