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Sebastiano Esposito, rock e fusion targati Napoli

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Previsto per giugno “24”, l’album d’esordio del giovane chitarrista campano

Il tocco ricorda un po’ Al Di Meola (e alzi la mano un chitarrista serio che non sia stato un po’ influenzato, almeno un po’ indirettamente, dal gigante italoamericano), nelle sue composizioni c’è di tutto, incluso il prog metal, che tra le giovanissime leve del pentagramma tira fortissimo.

Sebastiano Esposito, classe ’92, è avellinese di nascita e napoletano di adozione: «A dire il vero, vivo a Brusciano [una cittadina di 16mila e rotte anime nella città metropolitana partenopea, Ndr], ma gravito su Napoli», che poi è la realtà più importante al Sud per i giovani artisti, sebbene neppure nella patria di Totò, Peppino e Pino Daniele sia tutto rose e fiori. Già, prosegue Sebastiano: «Registro una caduta di livello non indifferente: per fare serate ci si deve dare alla neomelodica, con tutto il rispetto per chi vi si dedica con serietà, e nemmeno questo campo è sicuro per i musicisti, visto che la concorrenza dei karaoke e dei midi è fortissima». Ma questo non è un motivo per disperare. Non per il Nostro, che ha lanciato da non molto su youtube Sometihing’s Crashed, il singolo apripista per 24, l’album di esordio inciso a Caserta assieme al bassista Giovanni Macchiaverna e al batterista Elio Severino.

L’uscita dell’album è prevista per la metà di giugno in due versioni: la prima, disponibile online, sarà costituita da dieci brani inediti; la seconda uscirà su cd con l’aggiunta di due cover (A me me piace ’o blues di Pino Daniele e Little Wing di Jimi Hendrix) più un dvd con un documentario.

«L’album è inciso in presa diretta, un live in studio, senza tagli e sovraincisioni. Lo abbiamo registrato così per restituire all’ascoltatore le nostre sensazioni».

A volerlo definire, 24 sembra un album fusion. È interamente strumentale e pieno di stimoli. Ma c’è un filo conduttore?

Direi che è la mia autobiografia in musica: 24 è costituito da brani che ho composto negli ultimi dieci anni. Alcuni li ho scritti che ero adolescente, altri poco prima di entrare in studio. L’album fotografa vari momenti della mia crescita musicale.

Che sembra essere stata ricca e piuttosto rapida. Com’è cominciata l’avventura nel mondo della musica?

Per caso, come credo molti grandi amori: iniziai a strimpellare una chitarra classica di mio zio finché non riprodussi l’arpeggio di Nothing else matter dei Metallica, che ascoltavo assiduamente assieme ai Guns’n Roses. Posso dire che la passione scoppiò da subito e mi misi a studiare assiduamente perché suonare ad orecchio non basta. O, almeno, non mi bastava.

Sebastiano Esposito ha avuto dei maestri eccellenti, come testimonia il curriculum piuttosto ricco.

Ho iniziato a studiare con Marco Sfogli, l’attuale chitarrista della Pfm, che vanta un nutrito carnet di collaborazioni a livello internazionale e tra l’altro è uno dei due endorser italiani della Ibanez [l’altro è Cesareo, degli Elio e le Storie Tese, Ndr]. Poi ho proseguito con Ciro Manna e ora sono allievo di Pietro Condorelli, grazie a cui ho avuto un’importante esperienza artistica: ho suonato con lui in trio assieme a Emilia Zamuner. La formula di questo progetto, due chitarre e voce solista, è semplice in apparenza ma in realtà molto sofisticata, visto che le due chitarre, quella di Condorelli e la mia, suonavano all’unisono.

Un po’, ci si passi il paragone, come Keith Richards e Brian Jones nei Rolling Stones prima maniera. Ma quali sono le influenze di Esposito?

Ho ascoltato di tutto e credo che ciò si rifletta nella mia musica. Cito un po’ alla rinfusa: direi Andy Timmons ma anche John Coltrane, non disprezzo il pop di Michele Zarrillo e mi piacciono le atmosfere sofisticate di Diana Krall.

La carne a cuocere c’è e l’ascolto in anteprima di alcuni brani di 24 dà l’idea di una non indifferente freschezza compositiva, sostenuta da un trio in gran forma, capace di districarsi tra atmosfere soft e cambi di ritmo che ricordano alcune cose dello Chick Corea elettrico dell’età d’oro della fusion. Non resta che aspettare l’uscita dell’album, che si annuncia come un esordio col botto.

(a cura di Saverio Paletta, foto di Nicola Tranquillo)

Da ascoltare:

Something’s Crashed

Lost in You

 

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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