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Il blues sta bene: è tornato Buddy Guy

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Emozioni forti e suoni old fashion in The Blues Is Alive and Well, l’ultimo album del grande artista della Louisiana, che a 81 anni suonati sa ancora stupire

Sorride in copertina e parla di morte nelle canzoni, ma lo fa con la serenità di chi ha vissuto tanto, suonato di più e regalato emozioni a milioni di ascoltatori in oltre cinquant’anni di carriera e quasi altrettanti album.

Buddy Guy a 81 anni suonati è forse l’ultimo padre del blues elettrico rimasto in vita con piglio sufficiente per suonare alla grande e lo dimostra nel suo ultimo album che, non appena è uscito alle porte dell’estate per la supermajor Rca, ha scalato Billboard.

La copertina di The Blues Is Alive and Well

The Blues Is Alive and Well, titola Guy, per ricordarci che lui e, soprattutto, la sua musica stanno bene. Eccome.

Certo, è quantomeno doveroso premettere che è legittimo provare qualche imbarazzo nello scrivere di un mostro sacro: scontatissimo dirne bene e, peggio ancora, snobisticamente scontato criticare.

Già: ma criticare cosa? Forse il fatto che questo album di Guy, l’ennesimo, è zeppo di cliché? Ma non sarebbe neppure una critica: chi più dell’artista che quei cliché ha contribuito a creare ha il diritto di riproporli e di citare sé stesso, anche all’infinito?

Le cose stanno in maniera decisamente più semplice: Buddy Guy ha il diritto di essere ascoltato perché i suoi 81 anni, che nel suo caso vogliono dire esperienza, si sentono tutti. E perché la sua voce, calda e profonda, e il suo tocco chitarristico, il suo virtuosismo peculiare fatto di poche note tirate allo spasimo, sono quelli di sempre. Quelli che ce lo hanno fatto amare. E che, prima e meglio che a noi, lo hanno fatto amare a torme di musicisti che hanno segnato le nostre vite, i quali non sarebbero diventati ciò che sono se non ci fosse stato lui. Parliamo di gente come Eric Clapton, Jeff Beck o i Rolling Stones. E scusate se è poco.

Una buona fetta di merito della riuscita di The Blues Is Alive and Well appartiene alla sua band: il bassista Willie Weeks, il tastierista Kevin McKendree, il chitarrista ritmico Rob McNelley e il batterista Tom Hambride, compagni di avventura che seguono da anni il bluesman della Louisiana.

Buddy Guy nel 2001

Buddy Guy prende in contropiede l’ascoltatore da subito: apre l’album con a Few Good Years, un dodici battute lento e minimale, in cui il Nostro esorcizza la morte chiedendo qualche anno in più al Padreterno (a few good years).

La seguente Guilty As Charged, un boogie spedito e d’impatto, è invece il brano con cui chiunque avrebbe aperto l’album. Ma Guy è Guy e può permettersi di rimescolare le carte per far capire all’ascoltatore che al nocciolo della sua musica ci si approssima a gradi.

In Cognac il ritmo rallenta di nuovo. In compenso aumentano i brividi, perché alle chitarre ci sono due ospiti a dir poco d’eccezione: Keith Richards e Jeff Beck. E ciascuno omaggia il Maestro a modo suo: lento e teso il bluesman dei Rolling Stones, pirotecnico e veloce l’antieroe britannico della chitarra.

Buddy Guy “duella” con Jeff Beck

Deliziosissima ed elegante, The Blues Is Alive and Well, è impreziosita dagli arrangiamenti fiatistici della The Muscle Shoasl Horns, la storica brass band che ha accompagnato e arrangiato i pezzi di tanti grandi, a partire da Bob Dylan e ha suonato anche con Jimi Hendrix quand’era alle prime armi.

Bad Day è un rhythm’n blues cadenzato tutto sincopi, in cui Guy si diverte a fare il verso a Muddy Waters,

Altro riferimento alla morte e altro duetto, stavolta con il giovane astro del cantautorato anglosassone James Bay, in Blue No More.

Whiskey For Sale, l’unica incursione fuori dai canoni più stretti, è un funky pompatissimo in cui la chitarra si lascia andare a fraseggi inusualmente distorti a mo’ di controcanto ai cori di Ann e Regina, due delle quattro McCrary Sisters, da sempre una garanzia per il gospel.

Il carisma di Guy ammutolisce tutti, compreso Mick Jagger che in You Did The Crime non proferisce parola ma suona (e bene) l’armonica. Il brano è un blues lento dalla tematica classica: la rabbia per le scostumatezze di un’amante bugiarda.

Old Fashioned è un boogie coi controfiocchi, fracassone quel che basta, in cui il Nostro duetta alla grande con la sezione fiati.

When My Day Comes è un altro blues alla Guy, in cui si sente qualche riferimento alla lezione di B.B. King, sia nel cantato sia nei fraseggi della chitarra.

Nine Below Zero è l’unica cover dell’album: un omaggio sentito (e interpretato alla grande) a Sonny Boy Williamson II.

Ooh Daddy è uno shuffle cadenzato in cui il bluesman delle Louisiana prende in giro John Lee Hooker senza cadere tuttavia nel talking blues che ha fatto la fortuna del grande mississipiano.

Somebody Up There è una riflessione sul destino in forma di slow blues: «Ho visto la canna di una calibro 45 dalla parte sbagliata», canta tra un fraseggio e l’altro «ma ci sono ancora perché lassù c’è qualcuno».

End Of The Line è un altro shuffle blues: partenza lenta e sotto tono, crescendo rimarcato dai fiati e assoli a dir poco fantastici. Un altro Guy al cento per cento, insomma.

I cinquanta secondi di voce e chitarra di Milking Muther For Ya sono il divertissment piazzato dal nostro alla fine dell’album, magari per ricordare che il vero blues è semplicità.

Buddy Guy un bel po’ di anni fa

Troppo lungo come album? Forse. E forse quattordici canzoni, seppure davvero belle, sono un po’ tantine. Ma poco importa: a uno come Buddy Guy augureremmo altri 81 anni di musica, perché non ci stancheremmo mai di ascoltarlo.

Torniamo alla copertina dell’album, da cui siamo partiti: vi si vede il cartello di Lettsworh, il villaggio del Sud della Louisiana che nessuno attraversa mai e che anche Wikipedia cita come paese natale del Nostro. E poi c’è lui, in salopette da lavoro, che sorride. Un ritorno alle origini per dire arrivederci? Forse. Ma, finché è in giro lui, il blues starà bene, Alive and Well, appunto. E starà bene soprattutto se gli eredi, che gli contendono i primi posti nelle classifiche blues, saranno all’altezza.

Già: questo primo scorcio del 2018 fa ben sperare per la musica nera, anche quando l’interpretano i bianchi: si pensi alle formidabili uscite di Bonamassa, Beck, Mike Zito e The Record Company. Ma The Blues Is Alive and Well è la ciliegina sulla torta.

Occorre altro per ascoltarlo con dedizione?

Per saperne di più:

Il sito web ufficiale di Buddy Guy

Da ascoltare:

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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