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Dentro e fuori dal Rock’n Roll, Solieri emoziona ancora

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Dodici brani emozionanti nell’ultimo album solista del chitarrista modenese, che contribuì a trasformare Vasco Rossi in un mito generazionale

Vabbè, il tempo passa per tutti. Anche per Maurizio Solieri che non è solo, come lo ricordano i più, il chitarrista che ha incendiato e contribuito a rendere memorabili i brani di Vasco Rossi (alzi la mano chi non ha canticchiato gli assoli di Albachiara e Liberi Liberi o il riff di Colpa d’Alfredo almeno una volta).

Solieri è soprattutto un guitar hero seminale, che ha avuto il grosso merito di introdurre in Italia le sonorità del rock internazionale.

Classe ’53, l’artista modenese appartiene alla seconda generazione dei rockers tricolori, per capirci quella emersa dopo Nico Di Palo, Francesco Mussida, Rodolfo Maltese e Massimo Morante (a voler andare fuori genere, si potrebbe aggiungere alla conta Dodi Battaglia dei Pooh…). Una generazione, di cui tra l’altro fa parte Ricki Portera degli Stadio, che si è misurata con una difficoltà in più rispetto alla generazione dei predecessori, i quali ebbero senz’altro vita più facile. A differenza di questi, che ebbero il privilegio di esprimersi in una fase storica in cui la cultura, quindi anche la musica, italiana era in uno stato di grazia e competeva a livello internazionale con una propria, invidiabile identità, Solieri & co. sono emersi in una fase di riflusso, in cui il Belpaese, soprattutto a livello musicale, tornava a provincializzarsi, tra fremiti danzerecci d’importazione e una nuova immersione nella retorica della melodia sanremese.

Il loro problema fu come innestare il rock, che altrove si preparava a una nuova stagione di gloria, nelle sonorità mainstream tricolori. L’esperimento riuscì alla grande alla coppia VascoSolieri, che lanciò una ricetta rivoluzionaria, in cui le nostre melodie coesistevano con le sonorità dure, i funambolismi chitarristici e i testi cantautorali.

Maurizio Solieri con Vasco Rossi

Basterebbe questo per consegnare Solieri alla storia, visto che fu lui, assieme al compianto Massimo Riva, il cervello musicale dell’operazione.

Poi, dicevamo, il tempo passa e Solieri si è dovuto confrontare con la generazione successiva, che ha preso piede anche nella factory di Vasco, dove, a partire dai ’90, si sono accasati altri supervirtuosi, come il trentino Andrea Braido e il californiano Steve Burns.

E probabilmente il resto della carriera del coautore di C’è chi dice no è stato segnato anche da quest’ansia da paragone, tipica degli artisti più bravi, tradottasi nella voglia di dimostrare di aver ancora molto da dire.

Non fa eccezione il recentissimo Dentro e fuori dal Rock’n Roll, pubblicato all’inizio dell’estate da River Nile, una raccolta di 12 brani inediti, di cui 7 strumentali, e 5 cantati (3 in italiano e due in inglese): quanto basta per avere una panoramica completa delle capacità compositive e tecnico-espressive del Nostro.

La copertina di Dentro e fuori dal Rock’n Roll

Che, c’è da dire, non delude affatto, sebbene l’originalità e la capacità di innovare non siano più quelle degli anni d’oro.

Si parte con Io dico no, cantata da Lorenzo Campani primo interprete del musical Notre Dame de Paris, un brano possente ed epico, che nel testo (scritto da Campani) è una risposta metaforica alla storica C’è chi dice no del Vasco nazionale e, nella musica, strizza entrambi gli occhi a certo metal sinfonico. L’assolo è Solieri al cento per cento, con una verniciata di effetti metallici che non guasta.

In Dogsbody si respira un’aria più internazionale, sia perché dietro il microfono c’è Michele Lippi, seconda voce e tastierista dei mitici Whitesnake, sia perché il brano è costruito su una serie di citazioni che vanno dagli Ac/Dc (il riff iniziale) ai Van Halen e agli Extreme anni ’90 (il refrain e il coro) più qualche spruzzatina di Toto qui e lì che non stona, anzi. E la lezione di Eddie Van Halen si sente soprattutto nel breve assolo in cui Solieri colpisce senza strafare troppo.

Possible Crime apre la serie dei brani strumentali in cui il chitarrista sfoga tutto il suo estro con gran gusto, perché anche in questo caso lo scopo è colpire l’ascoltatore con soluzioni musicali avvincenti piuttosto che scioccarlo con inutili virtuosismi. E il brano fa centro, rivelando sotto una patina metal il vero nume tutelare di Solieri: l’immarcescibile Jeff Beck, di cui il chitarrista modenese cita alla lettera le tecniche armoniche e lo stile solista. Infatti, non fosse per il riff decisamente hard e ultramoderno, questo pezzo potrebbe essere benissimo essere preso di peso dal classicone There & Beck.

Non c’è album rock degno di questo nome senza una ballad. E You will be My Lady, cantata anch’essa da Lippi, assolve alla funzione egregiamente con un crescendo su base di pianoforte e chitarra che evolve in una citazione neoprog degna dei Marillion vecchia maniera.

Hear my Call è un bluessone slow, in cui il Nostro si sbizzarrisce in fraseggi mozzafiato, in cui trita, mescola e ammoderna tutte le lezioni dei maestri: è difficile dire in quale fraseggio ci sia più Hendrix, Beck o Page. Un pezzo di bravura da standing ovation, in cui il virtuosismo è concepito più per emozionare che per stupire.

Dentro e fuori dal Rock’n Roll, cantata da Ettore Diliberto, compare di avventura del chitarrista ne Le Custodie Cautelari, è Vasco al cento per cento, più qualche incursione alla slide guitar che impreziosisce il tutto.

A proposito di slide guitar, non si può non consigliare l’ascolto di The Dream, uno strumentale sognante in cui Solieri innesta fraseggi a metà tra Cooder e Beck su una base new age.

Grande atmosfera anche in The Rain, altro strumentale costruito interamente sulla chitarra acustica, con una chiusura di nuovo in slide che cita direttamente il delta blues.

Matilda è un altro divertissment acustico, a metà tra country e world musica, con qualche garbato (e contenuto) riferimento a Di Meola.

You’ll Never Know è la versione strumentale di Io dico no. Inutile dire che anche in questo brano la prestazione del Nostro è superba: Solieri non si suona addosso ma si lancia in esecuzioni misurate e impeccabili, con un gran gusto nella scelta dei suoni (in particolare, l’uso dell’harmonizer ricorda non poco Brian May).

Dimmi è un brano pop, l’unico dell’album, scritto e interpretato da Fernando Proce, cantante e star della radiofonia italiana.

Chiude la raccolta Song for A Friend, uno strumentale beckiano dedicato all’ex collega e amico Massimo Riva, altra superba interpretazione piena di pathos.

Maurizio Solieri in azione

Non si può davvero non consigliare l’ascolto di quest’ultima prova solista di Solieri (ci scusiamo per il bisticcio), ma alcune avvertenze sono davvero doverose.

La prima: Dentro è fuori dal Rock’n Roll è un’operazione nostalgia in cui l’ex chitarrista di Vasco dà fondo a tutto il suo immaginario musicale per dimostrare di non essere un ex.

Seconda avvertenza: a sentire l’album di Solieri sembra che il mondo della musica, e della chitarra in particolare, si sia fermato a inizio millennio. Il che non è necessariamente un male, visto che il chitarrista è uno degli ultimi esponenti di un modo di concepire la musica e l’approccio allo strumento essenzialmente fisico ed emotivo. Ma non è neanche vero, perché la musica e la chitarra hanno fatto passi in avanti di non poco conto, nel frattempo.

Terza avvertenza: il cordone con Vasco non è mai stato reciso, a dispetto delle polemiche intercorsi tra il rocker e il suo, ripetiamo, ex braccio destro. E questo cordone tiene non solo nei riferimenti musicali più espliciti (Io dico no e la title track), ma anche nel modo di arrangiare e costruire i brani. È come se, per usare una metafora culinaria, Il Blasco si fosse tenuto i tortellini e Solieri, nonostante ciò, continuasse a fare il brodo imperterrito.

Detto questo, ascoltiamo pure con grande piacere quest’ultima fatica dell’eroe a sei corde tricolore, che sposta l’assicella del vintage agli anni ’90, perché la nostalgia non è peccato e la mancanza di originalità neppure, se è bilanciata dalla coerenza artistica.

Buon ascolto e buone emozioni e fa niente se per apprezzare appieno Dentro e fuori dal Rock’n Roll occorre girare all’indietro il calendario: ringiovanire non è poi quel gran danno, una volta tanto. E l’innovazione? Un’altra volta, ma non chiediamola a Solieri.

Per saperne di più:

Il sito web ufficiale di Maurizio Solieri

Da ascoltare (e da vedere):

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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