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Down the Stone, l’alternative italiano che vince

Life, l’album d’esordio della metal band milanese, riscuote consensi nei circuiti rock europei. Una recensione per spiegare i motivi di un successo rock made in Italy

A meno di due anni dalla sua uscita, che data a dicembre 2016, Life, il primo album dei milanesi Down the Stone, ha mietuto un buon successo a livello internazionale, al punto da farsi pian piano spazio anche fuori dai circuiti underground in cui l’alternative metal è normalmente confinato, soprattutto in Italia.

Formatisi nel 2013, i Dts sono un quartetto composto dal cantante-chitarrista Lorenzo Ricci, dal chitarrista Giordano Conti, dal bassista Lorenzo Grassi e dal batterista Fabio Catozzi.

Nel giro di pochi mesi la band pubblica Metamorphosis, l’ep d’esordio, che riceve una buona accoglienza e dà il via a una consistente attività live (circa trenta concerti in un anno e mezzo), quel che basta a diventare una cult band nei circuiti meneghini.

Durante un concerto al Legend di Milano i quattro vengono notati dal produttore Marco Barusso (attualmente impegnato nel progetto-concept The Price), col quale iniziano a lavorare a Life. E il resto è cronaca, visto che questa band, nata su iniziativa di quattro amici, ha ricevuto consensi anche da big e vecchie glorie, tra cui Pino Scotto.

Life
La cover di Life

È il caso di riascoltare in maniera più approfondita il loro album, per capire i motivi di questo successo, tra l’altro ottenuto a partire da una scena rock decisamente esterofila come quella italiana.

Life apre l’album in maniera secca con una rullata di batteria che introduce un riff potente. Il cantato è rusty ma melodico, la ritmica dinamica e fantasiosa (abbondano i cambi di tempo e gli stop and go). Buone le prestazioni della chitarra solista, precise e senza sbavature.

Essenzialità sonora ed elaborazione sono, a partire dall’open track, le due caratteristiche di quello che gli addetti ai lavori hanno definito Stone sound. Un equilibrio delicato che la band riesce a mantenere per tutto l’album.

Più varia Walking in My Shoes, il singolo apripista dell’album, che parte con un attacco in stile post rock, giocato su una linea di basso essenziale e cupa, e sfocia in un coro potente e orecchiabile (altrimenti che singolo sarebbe)?

Un riff pastoso e sporchissimo, in pieno stile stoner, sorregge A Good Day, che assume toni sleaze nel refrain e sfocia in un coro molodico e ruffiano. Bello anche l’assolo di chitarra, che parte in controtempo.

Hammer è un altro esempio potente di crossover su tempo cadenzato.

In My Mind i Down the Stone si scatenano con riferimenti al thrash nel riffing, ma senza esagerazioni velocistiche che sarebbero tra l’altro fuori genere per loro. E infatti arriva il provvidenziale coro arioso a stemperare il tutto.

Hate Me, il secondo singolo tratto dall’album, si segnala per il mix tra approccio melodico e impostazione sonora che a tratti strizza l’occhio a certe forme di noise. Un bel pugno in faccia al terrorismo di matrice islamica, a cui il brano è dedicato.

To Live or To Die colpisce invece per le sue dinamiche: partenza un po’ minimale, refrain sostenuto, bridge in crescendo e consueto coro arioso.

Bella dura anche Head, dal riffing serrato e dai tocchi industrial.

Più spezzata e piena di groove I Don’t Care, in cui Conti apre l’assolo con una citazione stilistica da Jimmy Page. Ma è solo un attimo, perché la chitarra prende una direzione più americana.

Le citazioni hardcore thrash spadroneggiano in Your World che chiude la serie degli inediti. A parte, ovviamente, le aperture melodiche tipiche della band.

Dunque, ritmiche cadenzate ma non eccessive, refrain e riff serrati ma non troppo arzigogolati né, al contrario, rumoristici. Viene il sospetto (benevolo, sia chiaro) che i Down the Stone abbiano concepito il loro particolare songwriting, che propone in maniera originale schemi già usati e sin troppo noti, anche con un occhio di riguardo ai metal club, dove non solo si poga ma anche si balla.

E forse non è un caso che Life si concluda con una cover bizzarra ma convincente di Poker Face, il classicone danzereccio di Lady Gaga, stravolto ma non troppo, che nel contesto sonoro dei Down the Stone suona come un bel guanto di sfida ai campioni del tanz metal germanico alla Ramnestein.

In base all’ascolto di Life si può concludere che il successo è tutto meritato. Ma, soprattutto, è il segnale che, con le intuizioni giuste e una buona produzione, certe platee non sono poi irraggiungibili. Certo, al momento saranno situazioni di nicchia. Ma il rock, in fin dei conti, vive di nicchie e tende ad espandersi. Speriamo sia così anche per i Down the Stone: meritano.

Da ascoltare (e da vedere):

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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