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Fantastic Negrito, il nuovo imperatore della black music

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Da James Brown a Prince, senza trascurare i grandi del blues e un pizzico di rock bianco: un intero universo musicale rivive in Please Don’t Be Dead, l’ultimo acclamatissimo album dell’artista di Oakland

No, non è l’erede di Prince, sebbene ci sia molto di Prince nella sua musica e sebbene abbia avuto a che fare con lui in passato.

Xavier Amin Dphepaulezz, conosciuto dai più come Fantastic Negrito, ha una personalità fortissima. E non solo per il suo vissuto borderline, di cui ci hanno informato più o meno tutti: già giovanissimo membro di una gang, già spacciatore di crack, già coltivatore di marijuana per usi legali, già sopravvissuto per miracolo a un incidente spaventoso.

No, mister Dphepaulezz (un centesimo a chi riesce a pronunciarlo senza sputacchiare), che è anche un musicista autodidatta e onnivoro, a suo modo colto, lo si riconosce al primo ascolto: orgogliosamente negretto, anche a dispetto del politically correct che ha trasformato negro in un insulto, il nuovo re della black music, nato in Massachussets da genitori somali e cresciuto in California, è la più potente espressione della cultura afroamericana attuale, di cui interpreta più o meno tutti i cliché in maniera profonda, convinta ed originale.

Proprio a partire dalla sua musica, esplosa dopo anni di tentativi andati a vuoto con The Last Days of Oakland (2017), che gli è fruttato un Grammy, e ritornata alla grande con Please Don’t Be Dead, uscito di recente per la Cooking Music.

A detta di chi ne capisce, Please Don’t Be Dead surclassa alla grande il suo predecessore, che pure è considerato un capolavoro.

A dispetto dell’enfasi di alcuni giudizi, l’ascolto diretto conferma la bellezza e l’innovatività di quest’album, in cui Fantastic Negrito trita e rimpasta tutte le sue influenze musicali (e non solo) e le restituisce al pubblico in maniera rinnovata, rovente. Viva.

Ed ecco che Plastic Hamburgers apre l’album con un riff e un attacco che sembrano presi da Led Zeppelin I, solo che alla voce non c’è Plant ma Prince e il brano si scatena su un’andatura funky.

Questo è solo l’assaggio. Bad Guy Necessity continua il viaggio nel black rivisto e (s)corretto con un bel giro soul, fraseggi di chitarra ruvidissimi e sottofondo leggero di hammond. Ah, dimenticavamo: mister Dphepaulezz è anche un camaleonte dell’ugola e quindi molla con facilità i falsettini funky per ruggire a tutta raucedine.

Oppure dà di rauco e di acuto contemporaneamente, come in A Letter to Fear, un bel lento che parte blues e cresce in gospel.

A proposito di gospel, blues & spiritual, che dire di A Boy Named Andrew che li mixa e li stravolge tutti con un refrain dal vago sapore arabo su uno strumming di chitarra acustica?

Ma Fantastic Negrito è capace di contaminazioni più estreme. È il caso di Transgender Biscuits, in cui la chitarra slide scivola liquida su una base hip hop e il Nostro si produce in una performance che forse poteva riuscire solo a lui, tra recitati, falsetti e cori col vocione.

E cosa pensare della (a modo suo) violenta The Suit That Won’t Come Off? Il Negrito ci sbatte in faccia un bel rock blues cadenzato che si regge su un giro di basso distorto, chitarra sporchissima e organo. Mica roba semplice, soprattutto quando, non pago, ci spara su il bridge romantico.

Poi c’è la suggestiva A Cold November Street, dove emerge persino qualche riferimento al country blues.

In The Duffer, un funky ballabilissimo, Prince si riprende i suoi diritti e Fantastic Negrito si produce in un falsetto che oggi non sarebbe riuscito neppure al folletto di Minneaopolis. Se a questo si aggiunge la chitarra a tutto wha wha e la coda lenta al pianoforte, il minimo che si può dire è: delizioso.

Non c’è black senza il lento sensuale e ballabile. Non preoccupatevi: il Negrito provvede con Dark Windows, che sembra presa di peso dalla colonna sonora di un bel film anni ’70 con Pam Grier.

Never Give Up è un brevissimo gospel che introduce al gran finale: Bullshit Anthem, così funky da risuscitare Sua Maestà James Brown.

Ecco in pillole il valore di Please Don’t Be Dead, che travolge al primo impatto e si fa ascoltare più volte che è una bellezza. Pochi artisti riescono a mantenersi in stato di grazia creativo con la tenacia di Fantastic Negrito. E, da ascoltatori, ci auguriamo che questo stato continui davvero a lungo.

Da ascoltare (e da vedere):

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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