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Lords of Black, una colata rovente di power metal iberico

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Icons Of The New Days è l’ultimo album del quartetto spagnolo: suoni duri e virtuosismi, acrobazie ritmiche e melodie appassionate per la band del nuovo cantante dei Rainbow

Parlano in spagnolo, cantano in inglese ma pensano in tedesco. I Lords of Black, sulle scene dal 2014, sono un quartetto dedito al power metal più virtuosistico.

Gli Helloween non sono il loro unico riferimento, sebbene proprio un ex Helloween, il chitarrista virtuoso e un po’ malmsteeniano Roland Grapow abbia prodotto Icons Of The New Days, il loro ultimo album uscito da poco per la Frontiers, assieme a Tony Hernando, asso spagnolo della chitarra e leader effettivo della band, a dispetto del successo ottenuto dal cantante Ronnie Romero, entrato nella riedizione dei Rainbow su chiamata diretta di Ritchie Blackomore.

Ma questa evoluzione accidentale di carriera merita giusto un passaggio – la hanno menzionata tutti i recensori dell’album – visto che il successo meritato del cantante cileno non aggiunge né toglie nulla alla validità di Icons Of The New Days, che vive di vita propria, interpreta alla grande i canoni del power, si concede qualche puntata verso il prog e, soprattutto, non cade mai nei cliché. Il che non è poco per un genere suonato fino all’usura.

World Gone Mad apre l’album con un bel tempo cadenzato, una bella prestazione di Romero e qualche inserto di tastiera, suonata dal batterista Andy C., al secolo Andrea Cobos, squadrata anche la prestazione del bassista Daniel Criado, il nuovo acquisto del gruppo.

Variegata e dinamica la title track, da cui è tratto anche il video promozionale: partenza in controtempo, bridge in crescendo e coro su tempi dispari. Valida la performance di Hernando, che si produce in un assolo infuocato e lancia la parte finale del brano con arpeggio.

Durissima Not in a Place Like This, che si evolve su un controtempo durissimo che strizza l’occhio al doom. Efficace l’uso delle tastiere, che danno profondità al sound senza ammorbidirlo.

Epica e lanciatissima su una ritmica più veloce, When a Hero Takes a Fall, in cui si fa apprezzare la lezione dei Masterplan (la band fondata da Grapow) ed emerge qualche richiamo ai Rainbow.

Melodica e ariosa, ma caratterizzata dalle evoluzioni durissime della sezione ritmica, Forevermore, a cui il contrasto tra il cantato di Romero e la durezza del sound conferisce un bel tocco drammatico che culmina nell’assolo classicheggiante di Hernando.

Formula musicale simile per la bella The Way I’ll Remember, impreziosita dal pianoforte, che introduce e ricama con arpeggi delicati i riff durissimi della band. Quasi a ribadire che l’agrodolce sia una specialità dei Lords of Black.

Melodia ariosa, riff incazzati e virtuosismi ritmici anche in Fallin’, in cui la voce di Romero suona pastosissima ed evocativa.

King’s Reborn è un bel midtempo epico dai tocchi rainbowiani, caratterizzato dal riff spezzato e dalla ritmica squadrata.

Più canoniche le due bonus track: Long Way To Go ammoderna quel che basta la lezione degli Helloween d’inizio millennio e The Edge of Darkness sembra partorita dagli Angra in un momento di particolare cattiveria.

Wait No Prayers For The Dying strizza l’occhio a certo thrash, in particolare ai Megadeth e agli Anthrax.

La lunga All I Have Left chiude l’album con undici minuti orchestrati alla grande.

Fin qui la versione base di Icons Of The New Days. Ma gli appassionati hanno di che gioire dalla versione de luxe dell’album, che include un secondo cd in cui i Nostri si misurano con quattro cover e altre due bonus track.

Inutile dire che i Lords of Black si trovano a loro agio sia nel reinterpretare Innuendo, dei Queen (e sono la seconda band metal dopo i Queensryche a cimentarsi con questo classicone) sia nel misurarsi con gli Anthrax, di cui ripropongono Only. Ottime anche le versioni di Tears of The Dragon di Bruce Dickinson e di Edge of The Blade dei Journey. Chiudono, e stavolta per davvero, la dura The Maker and The Storm e la più sofisticata e melodica When Nothing Was Wrong.

A voler proprio trovare il pelo nell’uovo si potrebbe dire che Icons Of The New Days non sia il massimo dell’originalità e della sperimentazione. Ma siamo sicuri che queste due caratteristiche siano proprio obbligatorie in un genere che è nato da una sperimentazione musicale e ha ormai consolidato i propri canoni a tal punto che non è possibile forzarli senza snaturare i risultati?

Quel che si può chiedere oggi a una power metal band è la personalità. E i Lords of Black ne hanno da vendere. Godiamoci pure questa colata di metallo iberico genuino: vale davvero la pena.

Da ascoltare (e da vedere):

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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