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Il senigallese Paolo Tarsi: l’allievo di Bacalov che suona krautrock, ama i Pink Floyd e suona coi grandi del passato

Giovane, come lo sono tutti gli under 40, il senigalliese Paolo Tarsi ha messo su negli anni un curriculum da fare invidia. Pianista, musicoterapeuta e, soprattutto, sperimentatore, Tarsi è stato iniziato alla composizione dal mostro sacro Luis Bacalov. E scusate se è poco.

L’eclettismo e la prolificità, tuttavia, sono farina del suo sacco. «Ho frequentato molte scuole», dice con puntiglio, «ma resto essenzialmente un autodidatta». A prescindere dalle esternazioni, la sostanza c’è e non è poca.

Sia a livello quantitativo, perché l’ep Petite Wunderkammer (val la pena di tradurre: Piccola stanza delle meraviglie),pubblicato a dicembre su flexi disc dalla pesarese Coward Records, è la sua terza produzione in due anni (gli altri due sono Dream in a Landscape, pubblicato assieme al duo Fauvel! Gegen a Rhino per la label Trovarobato Parade, e Furniture Music for New Primitives, esordio da solista per la Cramps). Sia a livello qualitativo, perché Furniture Music… è stato recensito in maniera più che elogiativa.

E ora Tarsi inaugura il 2017 con la partecipazione a Solchi Sperimentali Italia, il doppio dvd dedicato alla scena underground nazionale dal critico Antonello Cresti.

Com’è avvenuta l’adesione a Solchi Sperimentali Italia?

Conosco Antonello Cresti da anni. Lui mi parlava di questo progetto sin da quando era impegnato nella stesura del suo penultimo libro [intitolato anch’esso Solchi Sperimentali Italia, Nda] dedicato alla scena underground. L’idea di collaborare all’iniziativa multimediale, che trovo valida, è stata spontanea. Ho contribuito con un brano di un minuto e un’autointervista.

Sei uno sperimentatore, ma non sei propriamente underground, visto la lusinghiera visibilità che hai ottenuto sulla stampa ufficiale, in cui includiamo pure un passaggio in Rai, che non è la sede ideale per gli sperimentatori.

Certo, ma di sicuro non sono neppure mainstream, visto che non ho mire verso i settori di facile ascolto. Io cerco di portare avanti la mia ricerca musicale con coerenza e di ottenere una certa riconoscibilità musicale. Con la scena underground ho un ottimo rapporto. Non a caso il mio ultimo ep è stato pubblicato da un’etichetta pesarese, la Coward Record, che è underground per scelta editoriale. Alcuni loro esponenti sono venuti a un mio concerto e mi hanno proposto di pubblicare per loro.

La tua musica ha una certa forza espressiva ma non è estrema. Si sente il tentativo, tra l’altro riuscito, di forzare i canoni dell’ordinarietà, ma il tutto resta ben regolamentato. Insomma, la non orecchiabilità e la non facilità non implicano per forza l’osticità.

Certo che no, specie se non sono necessarie. E comunque sono orgoglioso che il Tg3 della mia regione mi abbia menzionato.

Allora non è sempre vero il detto nemo propheta in patria.

Ma ciò non toglie che la patria sia, per i musicisti emergenti, una patria non facile. La recessione del settore musicale, che significa meno possibilità per i più giovani non dico di emergere ma, addirittura, di esprimersi e di formarsi.

Allora tu ti reputi un fortunato?

Certo, ma dietro quello che ho realizzato c’è un impegno piuttosto duro. Certi risultati si ottengono solo lavorando.

Per essere un giovane, godi della stima di molti veterani, così almeno si capisce dalle tue collaborazioni.

E devo dire che questi gesti di stima mi lusingano. Mi lusinga l’apprezzamento di Miro Sassolini [ex cantante dei Diaframma, Nda] e la collaborazione con Gianni Maroccolo, lo storico bassista dei Litfiba prima maniera. Aggiungo che ho collaborato con molti musicista di diversa estrazione ma tutti di grande qualità.

E non solo musicisti, visto che suoni anche nelle gallerie d’arte.

L’interazione con l’aspetto visivo fa parte della mia mission: tra le mie ispirazioni c’è anche l’ambient.

A proposito di ispirazioni, quali sono le tue influenze?

Direi la musica sperimentale italiana e il rock anni ’70, a partire dai Pink Floyd, ma aggiungerei anche la Kosmische Musik dei Tangerine Dream e dei Kraftwerk.

Che giudizio dai della scena marchigiana?

Il fatto che abbia suonato e suoni un po’ dappertutto dovrebbe essere una mezza risposta. Il fatto è che la scena musicale della mia regione è piccola e occorre darci dentro per farsi notare o per emergere dai circuiti locali. Ma difficile non vuol dire impossibile. Ripeto: occorre credere in quello che si fa e impegnarsi. E i risultati prima o poi arrivano.

(a cura di Saverio Paletta, foto di Mauro Panichella)

 

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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