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La polizia è al servizio del cittadino? Un’inchiesta sulla mafia del porto e non solo…

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Enrico Maria Salerno sfida il racket dei camalli di Genova nel seguito ideale di “La polizia ringrazia, un poliziesco mozzafiato e pieno di passione civile

«In uno Stato democratico un poliziotto ha il dovere di essere gentile con tutti, ma non servo». La battuta dà la misura del personaggio: il commissario Nicola Sironi, interpretato dal grande Enrico Maria Salerno, che per la seconda volta veste i panni del poliziotto integerrimo, giustizialista e – dati i canoni della cultura dominante degli anni ’70 – fascistoide, dopo il classico La polizia ringrazia (1972).

La polizia è al servizio del cittadino? (1973), esordio di Romolo Guerrieri (in realtà Romolo Girolami, fratello minore del più celebre Marino Girolami) nel poliziesco e coevo di La polizia incrimina, la legge assolve (1973, di Enzo G. Castellari, nipote di Guerrieri), è una interessantissima pellicolaDi, in cui il ritmo e la violenza dei polizieschi si mescolano alla grande (cioè al punto giusto) con i temi dell’impegno civile di quegli anni.

Ne risulta un film godibilissimo, certo non sofisticato (ma la raffinatezza nel cinema di genere è un optional) ma consistente e robusto, dalla trama ben articolata e con personaggi molto caratterizzati.

Il commissario Sironi, ad esempio, è il classico eroe da maggioranza silenziosa: duro e tutto d’un pezzo, ma non insensibile, grazie a qualche trucchetto infilato nell’ottima sceneggiatura dei bravissimi e versatili Dino Maiuri e Massimo De Rita.

Si prenda, per fare un esempio, il dialogo tra il commissario e suo figlio, un giovane contestatore beccato dai colleghi del padre durante un tafferuglio: «Senti Michele, io non sono mai entrato nel merito delle tue scelte, anzi, semmai il mio lavoro è proprio questo: tutelare la libertà di ogni cittadino. Ma dì ai tuoi amici: prima di insultare un poliziotto lo guardino bene in faccia. E anche tu, guardali: sono figli di contadini, di povera gente, i cui padri non hanno avuto la possibilità di mandarli a studiare, né quella di scendere in piazza a manifestare le proprie idee come fate voi». Sembra di rileggere, in una versione semplicistica, le considerazioni di Pasolini sugli scontri di Villa Giulia.

Ideologia da uomo qualunque? Probabile. Ma non per questo il risultato è inefficace. Anzi.

A differenza dei polizieschi tradizionali, di solito ambientati a Roma, Milano e Napoli, La polizia è al servizio del cittadino? si svolge a Genova. Tutto ha inizio con l’assassinio di un trasportatore, in realtà contrabbandiere.

Nel corso delle indagini, Sironi scopre che dietro l’omicidio cruento (memorabile la scena del pestaggio iniziale) c’è un giro criminale che va ben oltre la mafia del porto e arriva alla grande distribuzione alimentare. L’inchiesta inizia con l’interrogatorio di Pino Mancinelli (il bravo e charmant Venantino Venantini), un macrò socio e amico dell’ucciso e del Barone (l’indimenticabile Memmo Carotenuto), uno scassinatore attempato che dà la soffiata decisiva.

Il commissario si avvale dell’aiuto del suo vice Marino (il bravo Giuseppe Pambieri), che a causa del vizio delle donne ha problemi di denaro ed è costretto a vendersi ai malviventi ai quali spieffera informazioni preziose. E così l’inchiesta si avvita: non appena il commissario fa un passo i malavitosi sembrano anticiparlo. Con una serie di delitti impressionanti, eseguiti da un killer cattivissimo interpretato da un luciferino John Steiner, tutto tic (gioca con un tagliaunghie mentre gli scagnozzi eseguono) e vezzi (mette musica classica a tutto volume per coprire il rumore dei pestaggi).

Oltre a Mancinelli, vengono uccisi Scalise, il capo del racket portuale, e un fruttivendolo (l’ottimo Enzo Liberti, non ancora il papà di Pierino, ma a suo agio anche nella recitazione in dialetto ligure) che si è ribellato al racket.

Scoperto il doppio gioco del suo braccio destro e combattuto tra l’affetto e il desiderio di giustizia, Sironi, inizia un gioco delicato per far uscire allo scoperto i big che manovrano da dietro le quinte, tra cui l’industriale Pier Paolo Brera (il francese Daniel Gélin, volto noto e presenza longeva del cinema internazionale).

Il gioco, oltre che delicato, si rivela pericoloso. Infatti, Marino viene ucciso nel tentativo di redimersi agli occhi del suo superiore e amico.

L’impossibilità di ottenere giustizia trasforma Sironi in un vendicatore.

Fin qui la trama, che riprende (e in parte anticipa) i punti forti del poliziesco italiano, in particolare il dualismo tra legalità e giustizia, che si traduce nella sfiducia verso le istituzioni corrotte e colluse.

Non a caso, nella sequenza finale Brera si esprime in termini quasi didascalici: «Non cambierebbe niente. Lei è un illuso: l’unico motivo per cui la mia organizzazione resta in piedi è semplicemente perché tutto quello che c’è intorno è completamente marcio».

Altro punto forte della storia è il legame con il cinema d’impegno civile che in quegli anni, grazie a grandi come Francesco Rosi e Damiano Damiani, andava alla grande.

Certo, Guerrieri non è allo stesso livello di questi due giganti, ma il suo tentativo riesce.

Sironi stesso sciorina altre didascalie, degne dell’antimafia più raffinata. Eccone un esempio: «Racket, Camorra e Mafia sono parole diverse di un aspetto sempre uguale. Dove c’è corruzione si inserisce sempre un ingranaggio di sfruttamento il cui volto è difficile da individuare. Sì, c’è sempre stata la malavita ai mercati generali, al porto, al mattatoio, gente che cercava di sfruttare, di ricattare. Ma questi no, questi ammazzano sul serio, è gente nuova, organizzata, decisa a imporsi sul mercato». E non manca un po’ di retorica law and order: «La giustizia è uguale per tutti ma con l’altra mano brandisce una spada».

Non mancano, ovviamente, le scene d’azione, sottolineate dall’efficace colonna sonora di Luis Enriquez Bacalov, che rispolvera il suo Summertime Blues nella scena dell’inseguimento). Da rivedere con attenzione, perché molta dell’evoluzione del successivo poliziesco italiano, anche d’autore, è impressa nei fotogrammi di questa bella pellicola.

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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