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Un uomo in ginocchio: la mafia prima de "La Piovra"

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L’odissea di un piccolo commerciante inviso a un boss e taglieggiato da un killer nella Palermo di fine anni ’70

Un uomo in ginocchio (1979) è la prova di come non si possa neppure parlare di cinema di mafia prescindendo da quel colosso che è stato Damiano Damiani. Pellicola di passaggio prima dell’approdo in tv che sarebbe culminato con La Piovra, questo film ha una peculiarità: manca quasi del tutto l’aspetto politico del fenomeno mafioso. Nino Peralta (un Giuliano Gemma in gran forma) è un ex ladro d’auto ed ex carcerato che tenta di vivere onestamente gestendo un chiosco bar nei pressi del centro di Palermo con l’aiuto del figlio (interpretato da Fabrizio Forte, l’enfant prodige lanciato dai fratelli Taviani in Padre Padrone) e di Sebastiano Colicchia, un altro piccolo pregiudicato (l’indimenticabile Tano Cimarosa).

Come tutti i piccoli esercenti, Peralta si barcamena come può, tra le attenzioni occhiute di un ufficiale di Polizia (il bravo Luciano Catenacci nel ruolo per lui non consueto dello sbirro) e, naturalmente, di alcuni mafiosi, in particolare del boss Patranca (il gigantesco caratterista Nello Pazzafini), a cui deve pagare il pizzo. Quest’equilibrio precario, garantito anche dai sacrifici della moglie Lucia (una brava Eleonora Giorgi, in un ruolo atipico e castigato), salta, nel momento in cui, in seguito a un equivoco, si trova coinvolto nel rapimento della moglie di un avvocato importante, ordito da Patranca, che fa scattare la vendetta del clan rivale.

Peralta finisce nel mirino di Antonio Platamone (Michele Placido, all’inizio della sua fortunata partnership artistica con Damiani), un killer ingaggiato dal boss don Vincenzo Fabbricante (l’ex bello Ettore Manni) per lavare nel sangue l’oltraggio del rapimento. E in effetti la vendetta avviene puntualmente nei confronti di tutti, tranne di Peralta che viene taglieggiato da Platamone fino al punto di essere costretto a vendere il chiosco.

Fin qui è il classico drammone siciliano a cui Damiani, a partire dallo sciasciano Il giorno della civetta, aveva abituato il pubblico. I successivi colpi di scena, orchestrati nella solidissima sceneggiatura solidissima scritta a quattro mani dallo stesso Damiani e dall’ex giornalista d’inchiesta Nicola Balduccio, danno lo spunto alla consueta riflessione sul potere, del quale la mafia è solo un aspetto, tipica del regista friulano.

Significativo, al riguardo il dialogo tra Peralta e don Fabbricante: «Tu a quest’ora dovevi essere morto e invece e morto un amico tuo. Come me lo spieghi?», chiede il boss. «E a me lo chiedete?», risponde Peralta. «Io sono Vincenzo Fabbricante, mi conosci?». «E io sono un poveraccio qualsiasi, quelli che contano non li conosco». «Chi non conosce quelli che contano deve stare doppiamente attento. E tu devi stare attento adesso, perché già l’immagini quello che dirai per salvarti».

Fabbricante gioca sull’equivoco e umilia Peralta costringendolo a inginocchiarsi e a baciargli l’anello: «E di te che ne facciamo, Peralta? Almeno provassi un po’ di pentimento… Lo provi questo pentimento? Sì o no? E come lo dimostri? Una volta ci si inginocchiava: era un bel gesto, pieno di significato».

La morale di Un uomo in ginocchio è tutta in questo passaggio terribile: il potere schiaccia, uccide e mortifica chiunque, anche chi, come Peralta, non vuole averci a che fare. Il potere è una spirale a cui non ci si può sottrarre, come scoprirà nella fortissima sequenza finale l’attonito commerciante, finito a dover subire la protezione del boss e costretto a una pesante resa dei conti, commentata dalla colonna sonora a base di tarantelle funky composta da Franco Mannino, con il killer Platamone, caduto in disgrazia agli occhi di Fabbricante.

Dopo Un uomo in ginocchio, Damiani si staccherà temporaneamente dalla tematica mafiosa che riprenderà a partire dal 1984 con La Piovra, grazie alla quale la Palermo cupa e livida del cineasta friulano entrerà nell’immaginario collettivo degli italiani e non solo.

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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