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Briganti, l’apologia inutile di Gigi Di Fiore

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Non convince il libro dedicato dal giornalista napoletano alla tragedia del Sud dopo l’Unità. Altro che eroi, furono banditi

Peccato. Viene quasi spontaneo dirlo dopo aver chiuso l’ultima pagina di Briganti (Utet, Milano 2017), l’ultima fatica del bravo giornalista napoletano Gigi Di Fiore.

E non perché Briganti sia un brutto libro, anzi. Scritte come Cristo comanda, nello stile asciuttissimo e leggermente romanzato tipico dell’inviato speciale de Il Mattino già celebre per le sue belle inchieste sulla Camorra, le sue pagine appassionano.

Il problema è un altro: la faziosità. Lo dimostra il sottotitolo: Controstoria della guerra contadina nel Sud dei Gattopardi.

Al riguardo, giova chiarire che tra Gigi Di Fiore e gli altri cosiddetti revisionisti, che animano da alcuni anni un curioso ma redditizio filone antirisorgimentale, c’è un abisso. Di Fiore è scrupoloso nella citazione delle fonti e, quando può (cioè finché non turba i sonni ai suoi lettori della galassia neoborbonica), rigoroso nella loro interpretazione. Ma ciò non toglie che Briganti parta da una tesi preconcetta e, a dirla tutta, un po’ vecchia: cioè che il brigantaggio, che è un fenomeno complesso e ancora non chiarito in tutte le sue manifestazioni, sia stato una lotta contadina tout court.

Detto altrimenti, questo libro non aggiunge una virgola a quanto scritto nel lontano 1964 da Franco Molfese nel suo classico Storia del brigantaggio dopo l’Unità, tranne alcuni aggiornamenti nei riferimenti culturali, ad esempio all’opera dei giornalisti Aldo De Iaco e Raffaele Nigro. Tuttavia l’impostazione resta pesantemente gramsciana, anche se in maniera indiretta, visto che la preoccupazione principale di Di Fiore è il racconto e non l’inquadramento teorico.

Ma qual è la carta vincente di Briganti? Di sicuro la felice mano narrativa dell’autore fa passare in secondo piano il limite metodologico, che risulta tuttavia molto vistoso al lettore più allenato ed è anche positiva la scelta di ridurre la narrazione a sole tre vicende, riferite ai tre protagonisti principali del brigantaggio: il lucano Carmine Donatello, detto Crocco, e Il Generale o Il Generalissimo, il campano Cosimo Giordano, alias il Caporale Cosimo, e il pugliese Pasquale Domenico Romano, detto Enrico la Morte.

Scelta non sbagliata per un’opera dal taglio divulgativo: i tre sono i leader più rappresentativi del fenomeno (che è impossibile definire movimento e, ancor meno, organizzazione) e tutti e tre presentano, in effetti, quei tratti romantici dell’antieroe che affascinano.

Inoltre, limitarsi a questi tre protagonisti ha un altro indubbio vantaggio: evitare di avventurarsi nei casi più dubbi, dove cioè l’aspetto ribelle del brigantaggio sfuma non poco, fino a confondersi con il banditismo.

Ma anche nelle tre vicende raccontate da Di Fiore emergono almeno due elementi che turbano il senso della narrazione.

Il primo: gli episodi di criminalità comune, a danno non solo dei notabili e dei possidenti ma anche dei contadini poveri, non sono pochi in ciascuno dei procedimenti a carico dei tre.

Il secondo: in due casi su tre, quelli di Crocco e di Giordano, i crimini comuni sono tali che, se approfonditi a dovere, potrebbero gettare più di un’ombra sui due leader.

Entrambi sbandati e già giudicati per delitti compiuti durante il Regno delle Due Sicilie, i due ebbero, nell’immediato indomani della fine del regno borbonico, comportamenti tutt’altro che lineari. Giustificati senz’altro dalla propria debolezza sociale, che li rese più esposti ai rigori della legge, ai ricatti sociali (è il caso di Crocco) e al dileggio che subiscono gli sconfitti. Ma, c’è da dire, che anche le loro successive condotte, di cui Di Fiore traccia con onestà comunque un quadro completo, non migliorano il quadro (non almeno, se li si vuole considerare eroi o ribelli).

Infatti, le continue negoziazioni di Crocco – che comunque dimostrò indubbie capacità militari nelle azioni di guerriglia – con le autorità, il suo rapporto quantomeno problematico col generale legittimista spagnolo José Borjes (che dice peste e corna del suo collega lucano nel proprio diario) fanno capire come la politicizzazione del Generalissimo, operata dai comitati borbonici, sia stata in realtà problematica e, in buona misura, posticcia.

Nel caso di Giordano le cose si complicano di più. Innanzitutto, perché c’è il ponte dell’asino storiografico del presunto eccidio di Pontelandolfo. Che è un ostacolo anche per Di Fiore. Su questo terribile avvenimento – che è tale anche per gli storici più equilibrati – del 14 agosto 1861, gli storici si sono esercitati in abbondanza e le ultime ricostruzioni, operate dal religioso Davide Fernando Panella, indicano un numero di morti piuttosto esiguo, se paragonato alle cifre eccessive (nell’ordine delle migliaia) vagheggiate dei revisionisti neoborbonici: appena 13 vittime della repressione militare.

Di Fiore non confuta questo dato ma lo minimizza: non nomina il religioso ma si limita a dire che gli unici dati disponibili sono quelli dell’archivio parrocchiale di Pontelandolfo. E riprende integralmente la versione dell’avvenimento fornita all’epoca dal deputato repubblicano di ideali socialisti Giuseppe Ferrari. Ora, senza per questo voler svalutare la denuncia di Ferrari, sarebbe comunque il caso di considerare, a oltre 150 anni dall’evento almeno due dati: Ferrari aveva raccolto solo testimonianze orali ed era un oppositore del governo, quindi scrisse certe cose anche con scopi politici.

Inoltre, sul comportamento complessivo, piuttosto ambiguo, di Giordano pesano anche i suoi rapporti, tutt’altro che di contrapposizione, coi notabili beneventani dell’epoca, in particolare col potentissimo Michele Ungaro, vero e proprio pioniere del trasformismo, che tra l’altro fu difensore di Giordano.

Più pulita la figura di Romano, sebbene anche nel suo caso le macchie non manchino: ad esempio la sua ammissione di non riuscire a tenere a bada i bassi istinti dei propri uomini, che spesso si davano ad eccessi (e tutto lascia credere che questi eccessi fossero compiuti soprattutto a danno delle popolazioni rurali che pure avrebbero dovuto difendere e vendicare dai soprusi dei ricchi).

Se persino i casi principali presentano parecchie crepe, è difficile presentare la lettura del brigantaggio come una protolotta contadina.

Senza voler scomodare a tutti i costi Gramsci, che fu l’interprete più fedele di questa concezione, poi ripresa in maniera organica da Molfese, viene il sospetto che l’idea di accostare il brigantaggio alla lotta di classe sia per Di Fiore un escamotage: troppo debole la politicizzazione dei briganti e troppo ambigua l’opera dei comitati borbonici – tra l’altro pieni di ricchi e nobili che facevano sistematicamente il doppiogioco – per poter parlare di una ribellione legittimista, non resta che giocare la carta della ribellione rurale per dare una dignità non (solo) criminale al brigantaggio.

Ma anche questa tesi, già vecchia, non regge troppo: di rurale, tra i contadini e i briganti non c’era che l’estrazione. Ed è anche problematica la distinzione tra brigantaggio e mafie tentata da Di Fiore, a meno che non si vogliano prendere in maniera acritica le espressioni dispregiative di Crocco nei confronti dei camorristi: «Sono il moccio del mio naso», scritte in un’autobiografia concepita come una giustificazione e un’autodifesa.

Il punto debole di questa lettura è dato dal consenso delle popolazioni contadine, che fu più tiepido e meno compatto di quanto se lo raffigurano molti revisionisti: non a caso, e lo ammette anche Di Fiore, molti briganti furono arrestati grazie alle delazioni e all’uso dei pentiti, che non furono pochi, anche nel mondo contadino.

Rilette anche in questa chiave, meno bella ma di sicuro più realistica, le vicende del brigantaggio ricordano sin troppo la Rivoluzione Messicana o, nella peggiore delle ipotesi, le guerre civili balcaniche degli anni ’90, in cui bande di dubbia matrice, ma in cui l’elemento mafioso e quello criminale erano decisamente forti, ingrossarono le file dei gruppi paramilitari a base etnica e acquisirono una perversa dignità bellica in seguito alla rottura dell’ordinamento causata dalla guerra civile.

Un discorso opposto può essere fatto per gli eccessi dell’esercito, che invece furono dovuti più a impreparazione che a presunta volontà di sterminio o a rigorismo cieco.

Vale la pena, al riguardo, di ribadire un concetto: nessuno degli storici che si sono occupati di brigantaggio ha mai approfondito gli elementi militare e giuridico della vicenda. Infatti, l’esercito del neonato Regno d’Italia non aveva mai affrontato situazioni di guerriglia, che oggi definiremmo conflitti asimmetrici, come quelli, ad esempio, che diedero non pochi problemi all’esercito francese in Spagna. Quest’impreparazione non era solo militare, ma anche giuridica, perciò gli eccessi dei bandi militari furono in buona misura dovuti all’impossibilità, teorica oltre che materiale di applicare le normali regole di guerra.

Completamente fuori luogo sono inoltre gli accostamenti, operati all’inizio del libro, tra l’antropologia criminale di Cesare Lombroso e il pregiudizio antimeridionale. Al riguardo occorre ribadire che la repressione del brigantaggio non fu il laboratorio dal vivo su cui Lombroso avrebbe elaborato il suo inesistente razzismo antimeridionale, che invece fu sostenuto a fine ’800 dal siciliano Alfredo Niceforo, che fu epigono e non allievo del celebre antropologo veronese e non sulla base del brigantaggio bensì del banditismo sardo.

Al netto di queste critiche, Briganti resta un libro suggestivo. Bello da leggere ma pericoloso perché spaccia per acquisite tesi che sono da provare in un quadro divulgativo. Certo, è apprezzabile il tentativo di prendere le distanze dai revisionisti borbonizzanti alla Pino Aprile, che stavolta (a differenza che nel precedente La Nazione Napoletana) non sono neppure menzionati. Ma è davvero un risultato minimo, che non risolleva il quadro generale di un libro da cui, dato lo spessore dell’autore, ci si poteva attendere di più. Soprattutto, qualcosa di davvero nuovo.

 

 

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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