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La parabola di Nicola Zitara, dal meridionalismo marxista ai neoborbonici

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Fu il padre nobile del “secessionismo” meridionale. Ora i “sudisti” lo citano a piena mani e spesso in maniera impropria

Nicola Zitara, nato a Siderno nel 1927, è stato uno degli ultimi meridionalisti degni di questo nome. Storico, scrittore e imprenditore, si dedicò sin da giovanissimo alla politica militando nel partito socialista. Applicò gli strumenti dell’analisi marxista alla realtà economica e sociale del Mezzogiorno contemporaneo, approdando per questa via al “separatismo rivoluzionario” sin dalla prima edizione (1971) di uno dei suoi cavalli di battaglia: L’unità italiana: nascita di una colonia.

A quel tempo, fra gli studiosi marxisti erano in voga i cosiddetti “studi coloniali”, contestualmente al conseguimento dell’indipendenza da parte degli ex possedimenti europei in Africa e in Asia. Autori come Samir Amin esercitarono su Zitara una notevole influenza. Da essi lo scrittore calabrese derivò il concetto di colonialismo interno: il problema del sottosviluppo del Sud, a suo avviso, derivava dalla subordinazione del Mezzogiorno al capitale “padano”, frutto non già di ragioni storiche – o peggio ancora di congenite incapacità “razziali” – ma di una precisa e deliberata volontà politica.

L’opzione separatista fu portata avanti da Zitara con estrema coerenza e rigore intellettuale. Essa, naturalmente, non contribuì a facilitare la diffusione del suo pensiero, venendo fieramente avversata dagli ambienti accademici e tenuta in non cale da quelli politici, in quanto considerata controproducente sul piano elettorale.

Va pure detto, però, che lo scrittore sidernese non fu del tutto misconosciuto dal mondo universitario. Anche in tempi recenti, storici del calibro di Giuseppe Galasso e Aurelio Musi – pur dissentendo in toto dall’impianto concettuale del pensiero di Zitara, e soprattutto dalle conclusioni propriamente “politiche” cui questi giunse – gli hanno tributato un magnanimo onore delle armi. D’altra parte, per contro, l’autore de L’unità d’Italia riconobbe il suo debito intellettuale nei confronti di studiosi cui certo non si può affibbiare l’etichetta di sudisti: è il caso, per esempio, di Corrado Barbagallo, Rosario Romeo e dello stesso Galasso, il cui “brillante saggio” Considerazioni intorno alla storia del Mezzogiorno d’Italia viene citato in senso elogiativo nelle pagine della prima importante monografia zitariana.

Il fondamento teorico del “separatismo rivoluzionario” è precisato con un approfondimento sempre maggiore nelle opere successive: Il proletariato esterno (1972), il romanzo storico Memorie di quand’ero italiano (1994), Negare la negazione. Introduzione al separatismo rivoluzionario (2001) e l’ultima monografia (2010), la più ambiziosa e complessa mai scritta da Zitara: L’invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria, uscita pochi giorni prima della morte dell’autore.

Il percorso intellettuale del meridionalista calabrese appare così caratterizzato, nel suo svolgimento, da singolari punti di convergenza con quello – del tutto opposto nelle premesse e negli esiti – di un altro celebre scrittore e studioso, che Zitara detestava toto corde: Gianfranco Miglio. Questi, partito da assunti teorici di stampo positivista e contrattualista, si avvicinò negli ultimi decenni della sua vita alla Lega Nord, nella quale vide una forza popolare, radicata in modo robusto sul territorio, che avrebbe potuto realizzare i suoi disegni di ingegneria istituzionale, trasformando la costituzione italiana in senso federale o addirittura confederale. Come è noto, il contrasto con Umberto Bossi determinò l’uscita di Miglio dalla Lega, cui tenne dietro l’accentuazione degli aspetti “estremistici” del suo progetto politico.

Analogamente, l’ingeneroso isolamento umano e culturale cui Zitara venne condannato lo espose alle avances di personaggi improponibili, degni campioni della più oscura sentina neoborbonica e terronista. Costoro ebbero buon gioco nello sfruttare l’umanissimo, struggente, disperato desiderio dello scrittore sidernese di lasciare a qualcuno il testimone della sua eredità di studioso e di meridionalista. Ciò lo indusse, talvolta, ad avallare questa o quella singola affermazione di infrequentabili avventurieri della politica e della storiografia di matrice suddista (la doppia “d” è voluta…). Ma la sua produzione più alta e scientifica non fu mai contaminata da alcuna condiscendenza verso costoro: testimonianza, questa, di un’adamantina serietà e di una lucidità straordinaria, che ebbero vigore e forza di vincere certe fuggevoli, comprensibilissime debolezze umane.

Purtroppo è destino dei padri nobili fornire nutrimento anche a figli ignobili.

 

Lorenzo Terzi 

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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