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Il Sud deve morire. La provocazione di Carlo Puca

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Ancora attuale il libro di denuncia del caposervizio di Panorama. La politica è l’imputata principale. Ma mafie, sindacati, ecologisti e nostalgici le fanno concorrenza…

A rileggerlo ora appare un po’ datato, come tutti gli istant book, perché la sua narrazione si ferma alla primavera del 2016, quando il renzismo tirava alla grande. Eppure, Il Sud deve morire. Esecutori, mandanti e complici di un delitto quasi perfetto (Marsilio, Venezia 2016), ha ancora un suo grosso perché.

L’autore, Carlo Puca, non ha bisogno di troppe presentazioni: napoletano di nascita e campano d’estrazione, è caposervizio della redazione romana di Panorama, opinionista televisivo e autore di numerosissime inchieste, tutte o quasi ambientate nel (o ispirate dal) Mezzogiorno.

La Questione Meridionale, sotto la sua penna, diventa 2.0. E il motivo è semplice: Puca, abilissimo a giocare con le corde, delicatissime, della rabbia e dell’orgoglio dei meridionali, non concede attenuanti a nessuno né ripiega su quella cultura del piagnisteo e della rivendicazione che ha finora legittimato classi dirigenti improponibili (almeno a partire dalla Seconda Repubblica) e gruppi intellettuali deboli e arretrati che, tranne rare eccezioni, spesso sono gli unici di cui disponga il Sud, che resta privo di alternative civili a una classe politica inconsistente e, purtroppo, a volte criminale.

Puca non si lamenta né lamenta: accusa e denuncia. E lo fa in maniera chirurgica e impietosa.

Certo, i vari capitoli e paragrafi del libro potranno far storcere il naso a molti cronisti di provincia, perché riprendono vicende su cui in tanti, che vivono e lavorano al Sud, sapranno di sicuro più del giornalista di Panorama.

Ma tant’è: in questo caso, a far la differenza non sono i mezzi (cioè la grande editoria) né le storie in sé, bensì il modo in cui Puca le ha raccontate e, soprattutto, perché le ha raccontate in questo modo. Forse la spiegazione si trova nel passaggio, tra i pochi autobiografici e narrati in prima persona, con cui termina il paragrafo intitolato significativamente Cristo si è fermato a Eboli, le ferrovie prima, in cui c’è il resoconto di un viaggio allucinante in treno da Diamante a Napoli: «Adesso c’è Eboli, per esempio, dove per Carlo Levi si era fermato Cristo. Italo si è fermato anche prima: Sfinito, scendo qui. Sono più o meno le 21.30. Il primo Frecciarossa disponibile parte alle 6.12. Fa nulla, è venuto a raccattarmi mio padre da Napoli. In macchina gli racconto la mia odissea e lui replica così: “Dai, non prendertela, la sai come funziona, fatti una risata”. Invece di mandarlo a quel paese, come pure meriterebbe, pianifico questo libro».

Che sarebbe retorico definire una discesa agli inferi: piuttosto, è un carotaggio che scava a fondo nei fatti e misfatti del Sud, senza davvero fare sconti. Di sicuro non alla classe politica, considerata addirittura tra i mandanti, forse la mandante per eccellenza: corrotta, impreparata e inefficiente, la dirigenza del Sud ha una capacità spaventosa nell’autoriciclaggio. Non a caso, sottolinea il giornalista, anche il novantenne Ciriaco De Mita, eletto sindaco della sua Nusco nel 2014, è un mostro di credibilità, al confronto.

Il resto, purtroppo, è costituito da sopravvissuti della Prima e (da ora in avanti) della Seconda Repubblica, di cui Puca fornisce un ritratto impietoso, che non varca i confini della satira solo perché Il Sud deve morire è un libro di denuncia.

Ma questa classe politica, che fa a gara con le mafie a ottenere consensi agendo al peggio, è il prodotto di una società debole, povera (le due cose non sono necessariamente correlate), velleitaria quando può e rassegnata quando non può. Spesso intenzionata a lucrare facendo quel che non si deve. Ed ecco, ad esempio, che la tragedia di Barletta (la morte di quattro sarte che lavoravano in nero in uno scantinato) dà il via al racconto della piaga del lavoro irregolare, di cui al Sud sono vittime italiani e stranieri, perché, si sa, gli sfruttatori non sono razzisti o lo sono poco.

Sempre a proposito di lavoro irregolare, è esemplare il racconto delle esternalizzazioni produttive tra Matera e la Puglia nella produzione dei mobili. Una vera e propria delocalizzazione in patria, affidata al lavoro irregolare di fabbriche gestite da cinesi, che producono a basso costo garantendo ai mobilifici italiani margini di profitto elevatissimi nella stretta legalità (che, tuttavia, sa di raggiro), nell’impotenza e, spesso, nell’inconcludenza e, a volte, grazie alla connivenza dei sindacati.

Ma il Sud è anche la terra dei primati isolati e delle occasioni sprecate. Come evidenzia il caso delle grotte di Papasidero, tra i più antichi reperti archeologici europei, che potrebbero attirare decine di migliaia di turisti all’anno, in quest’angolo del nord della Calabria, ma che tuttavia restano inutilizzate a causa di una tragica carenza di infrastrutture. Oppure si pensi al primato di Viggiano, un Comune della Basilicata che, grazie all’uso intelligente delle royalties petrolifere, è riuscito non solo a risollevare la propria economia ma anche a invertire la tendenza allo spopolamento.

Alla faccia di chi – e sono non pochi – considera la presenza delle multinazionali una forma di sfruttamento coloniale del territorio. Peccato solo che gli ambientalisti abbiano intrapreso da anni una polemica senza quartiere contro l’estrazione dell’oro nero, pur avendo molti altri settori su cui esercitarsi (tanto più che solo da noi sono considerate pericolose le stesse tecniche estrattive utilizzate nella più ecologista Norvegia). E peccato solo che la Regione abbia iniziato solo di recente a utilizzare meglio i ricavati dalle royalties, finora sperperati in maniera improduttiva, ivi compresa la convegnistica a cui hanno partecipato come ospiti d’onore i non pochi che denunciavano il presunto sfruttamento.

Di viaggio negli inferi si può parlare, a ragion veduta, invece per le vicende di Secondigliano e delle sue vele, per la terra dei fuochi e per i vistosi gap infrastrutturali che massacrano il Mezzogiorno, senza eccezione alcuna: si parte da Lampedusa, che è un pezzo d’Italia alla deriva verso il Nord Africa, e si arriva a Matera, tagliata fuori dalle principali vie di comunicazione, a dispetto del suo prossimo ruolo di capitale europea della cultura.

Che dire della burocrazia inefficiente, corrotta e truffaldina? O dei professionisti dell’antimafia, presi spesso con le mani nella marmellata a lucrare a danno dei cittadini e dei boss da cui pure dovrebbero tutelarci?

E non c’è da fidarsi neppure dei rigurgiti di orgoglio, soprattutto di quelli camuffati da nostalgismo borbonico, perché, ammonisce sempre Puca, sono solo un modo per deresponsabilizzare la classe dirigente del Sud. Né ci si deve far sedurre dalle sirene facili dell’agricoltura e del turismo, perché il Meridione, a causa della mancanza di infrastrutture, si rivela anche incapace di far impresa in questi due settori, le cui promesse si riducono spesso a formule retoriche per politici a corto d’argomenti.

Una riflessione per concludere: come mai ci occupiamo di Il Sud deve morire a quasi due anni dalla sua uscita? Semplice: il Sud, che nel frattempo ha visto la fine del governo Renzi, si appresta ad assistere all’ennesima campagna elettorale condotta a suon di promesse e con dispendio di mezzi dalla stessa classe politica che ha finora contribuito ad affossarlo.

Ecco, prima di andare alle urne non sarebbe male sfogliare questo volumetto. Magari per non farsi fregare una volta di più.

 

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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