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Il ritorno di un re, la batosta britannica in Afghanistan

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Nel suo recente saggio, lo storico William Dalrymple racconta la prima grande sconfitta coloniale dell’Impero che dominò il mondo. Tutti i retroscena del complicatissimo “grande gioco” gestito (male) dalla Compagnia delle Indie contro la dinastia Sadozai e la Russia. Difficile a credersi oggi, ma allora, nel XIX secolo, l’Afghanistan era un regno ricco e colto

La Adelphi di recente ha tradotto e pubblicato il saggio storico di William Dalrymple, Return of a King. The Battle for Afghanistan (prima edizione in Gran Bretagna nel 2013 per la Bloomsbury Publishing), con il titolo di Il ritorno di un re. La battaglia per l’Afghanistan (Milano 2015).

La copertina de Il ritorno di un re

L’argomento è la famosa invasione inglese nel Khorasan, la terra in Europa conosciuta con il nome di Afghanistan, che fu temporaneamente occupata dalle truppe britanniche negli anni tra il1839 e il 1842. Questa guerra fu motivata a livello formale con l’intenzione di riportare a Kabul sul suo trono shah Shuja, il sovrano deposto della dinastia dei Sadozai, ma in realtà la Compagnia delle Indie (la società commerciale inglese che aveva conquistato l’India nel secolo XVIII e che continuava ad amministrarla) si proponeva d’annettere anche il Khorasan. La posizione geografica di questa regione l’ha resa per millenni il crocevia per eccellenza dell’Eurasia ed un punto di transito, di contatto, di scontro, fra civiltà diverse. L’operazione, momento saliente del celebre Grande gioco fra Inghilterra e Russia per l’egemonia asiatica, fu progettata per contrastare la paventata ma fantomatica espansione russa verso la regione afghana. Il risultato fu una catastrofe (militare, politica ed economica), la peggiore mai subita dall’impero britannico nelle sue guerre coloniali. Molti sono i contenuti degni d’interesse e talora sorprendenti del racconto di Dalrymple.

William Dalrymple

Si può apprendere così che si sbaglierebbe ad immaginare l’Afghanistan quale una terra povera ed incolta, quantomeno nell’era moderna, all’incirca dal secolo XVI al XVIII. Fino al secolo XIX, quando precipitò nell’anarchia ed in guerre civili ricorrenti, questo paese era un centro culturale di prim’ordine, celebre sin da quando si era ripreso dalle devastazioni inferte dalla invasione di Gengis Khan. Esso aveva grandi centri intellettuali, come il Gauhar Shad di Herat, e produceva architetti, mosaicisti, miniaturisti e calligrafi, poeti ed astronomi, che spesso si trasferivano nei paesi vicini, in India od in Iran.

Basti dire che alcuni fra i sovrani Moghul ritennero il Khorasan intellettualmente superiore all’India stessa. Questo giudizio può ritenersi eccessivo, se non altro perché il subcontinente indiano, immenso e popoloso, ebbe sempre una superiorità quantomeno quantitativa di uomini di cultura e sapere. D’altronde i Moghul erano interessati, ovviamente, più alla cultura islamica che a quella propriamente indiana. Eppure, questa opinione (accolta, ad esempio, addirittura da Babur) può suonare inattesa per un europeo.

È impressionante inoltre scoprire quanti studiosi di valore, archeologi, orientalisti, linguisti fossero al servizio dell’impero britannico quali suoi agenti e con quale abilità. Il famoso Lawrence d’Arabia è soltanto il più noto di questa legione di intellettuali che funsero da spie, diplomatici, analisti, amministratori nell’Asia del XIX.

Il marajah Ranjit Singh

Malgrado ciò e nonostante l’esperienza della Compagnia delle Indie, la spedizione nel cuore del continente si concluse con un disastro ed in conseguenza di una lunga catena di errori, politici e militari, dei britannici. Spiccò per incompetenza il general maggiore William Elphinstone, comandante in capo delle forze inglesi in terra afghana, che aveva ottenuto l’alto incarico principalmente per i suoi legami parentali e di amicizia, ma che era del tutto inadeguato. Seriamente malato, del tutto ignaro del mondo in cui era stato catapultato dalla Scozia, debole ed insicuro, con una preparazione militare discutibile, l’affabile e signorile Elphinstone fu il principale responsabile, ma non l’unico. Molti altri, politici e militari, fallirono nei loro compiti e condussero al naufragio di una importante, onerosa spedizione.

Gli effetti furono pesanti per l’impero, poiché secondo Dalrymple la guerra dei sepoys, che pochi anni più tardi (1857) rischiò di cacciare gli inglesi dall’India, fu causata anche dal monumentale fallimento dell’impero nel Khorasan. Il dissesto finanziario della Compagnia dovuto ai costi della spedizione, la distruzione di interi reparti indigeni, soprattutto la dimostrazione che i britannici non era invincibili ebbero il loro peso, direttamente od indirettamente, nello spingere gli indiani alla rivolta, che condusse nel 1858 alla soppressione della vecchia società commerciale ed al passaggio del subcontinente alla diretta amministrazione di Londra, rappresentata da un viceré.

Il saggio di Dalrymple ha le virtù ed i difetti della storiografia narrativa, tanto cara a molti storici anglosassoni. Il suo stile letterario è esteticamente assai apprezzabile e consente la lettura del corposo volume quasi fosse un romanzo di Kipling, con la differenza che le vicende trattate sono realmente accadute. La concatenazione degli eventi è rigorosa e consente la comprensione del loro aspetto evenemenziale. La descrizione dei fatti è assai minuziosa ed i personaggi principali sono tratteggiati con cura nella loro psicologia.

Lo shah Shuja

Il libro è una galleria di figure indimenticabili: il colto, pedante, grigio William Hay Macnaghten, un linguista divenuto primo consigliere del governatore dell’India e maggiore fautore dell’intervento in Afghanistan, che morì a Kabul mentre tentava (con notevole ingenuità) di complottare contro i rivoltosi e spingerli al tradimento, finendo smascherato ed ucciso; l’intelligente, colto, dinamico e spregiudicato sir Alexander Burnes, ancora oggi ricordato e detestato dagli afghani; l’avventurosa, romantica figura del conte Ivan Vitkevič, cospiratore polacco divenuto agente dello Zar in Asia centrale; l’eccentrico e geniale maharaja Ranjit Singh, incarnazione del despota asiatico secondo l’immaginario degli europei, con il suo foltissimo harem, la passione smodata per i cavalli, l’imbevibile intruglio superalcolico di sua invenzione e la sottile abilità diplomatica e politica; l’indomabile shah Shuja, energico e coraggioso, con un altissimo senso della sua posizione, ma perseguitato per tutta la vita da una sfortuna quasi incredibile. Questi e molti altri personaggi, anche minori, sono descritti con tale cura ed abilità da apparire quasi vivi davanti al lettore.

Mancano un poco, invece, l’attenzione verso le strutture (economiche e politiche) e le istituzioni (sarebbe stato apprezzabile, ad esempio, soffermarsi sulle tattiche e gli armamenti degli eserciti, a cui invece si accenna appena), nonché le analisi quantitative. Ma si tratti più di limiti che di difetti, poiché la scelta di una metodologia storiografica comporta inevitabilmente un determinato modo di procedere.

Complessivamente, il libro di William Dalrymple è assai buono e può essere apprezzato sia da specialisti, sia da semplici appassionati.

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