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I versi della memoria di Antonia Capria

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Nostalgia e ricordo ne Il teatro delle Clarisse, l’ultima raccolta della poetessa calabrese

Recensire un libro di poesie è sempre un compito scabroso. Generalmente gli autori contemporanei oscillano fra uno spontaneismo un po’ dilettantistico e una ricercatezza formale che, spesso, finisce per ridursi a mera ampollosità di stile «scolastico».

Ogni tanto, però, capitano delle eccezioni: è il caso de Il teatro delle Clarisse, raccolta dei versi scritti da Antonia Capria Zitara fra il 1980 e il 2008. Pittrice, giornalista e insegnante, la nicoterese Antonia Capria non è nuova agli annali della letteratura: ancora quindicenne, ebbe il privilegio di sentir declamare le sue poesie alla radio, e di vederle presentare da Alessandro Cutolo in una neonata Rai. Nel 1989 la silloge Le mura del mio paese valse all’autrice il premio «Il Perseo», conferito dall’Accademia Internazionale Il Marzocco..

Il teatro delle Clarisse, edito nel 2017 da Città del Sole di Reggio Calabria, comprende appunto Le mura del mio paese, Tra sassi e sassi (1990) e altri versi più recenti.

La copertina de Il teatro delle Clarisse

I componimenti poetici di Antonia Capria si presentano con una veste esteriormente semplice; ma si tratta di un dolce inganno. I versi liberi sono spesso raccordati per mezzo di tenui, eppure salde assonanze. Analogamente, le tematiche principali – il ricordo, il rimpianto, la memoria nostalgica di luoghi e di persone care – sono, sì, relativamente comuni nella produzione di tutti i poeti d’ogni tempo e d’ogni terra. Eppure, Il teatro delle Clarisse mescola questi temi con inquietudini eccedenti la sfera del privato. La passione civile della scrittrice affiora inaspettatamente dietro le ammalianti suggestioni offerte, per esempio, da un paesaggio marino. In Vele ammainate sono raffigurati marinai «attoniti / su spiagge deserte; / superbi, con le reti / piene di sogni». L’afflato idillico trascolora subito in un empito di denuncia: su quelle stesse spiagge l’amore «è la voce del mare, / del lavoro che manca / perché qualcuno ci ha traditi».

Anche quanto l’io lirico sembra prendere il sopravvento, la poesia di Antonia Capria mostra, sia pure come attraverso una filigrana, una scaltrita consapevolezza nell’uso degli strumenti e dei modelli letterari. Si vedano le movenze «ermetiche» di Pietra liscia: «Pietra liscia, / seduta, / del mio paese, / lasciami un posto! / Su di te / brilla sempre la luce. / Dammi un posto, / pietra liscia seduta, / all’ombra del sole»; le anafore, quasi «dannunziane», di La terra mia è giovane: «Danzano gli occhi di nocciola / di mia figlia, / danzano i suoi capelli biondi. / Danzano le anche dure della contadina. / Danza la luce / sui colori delle case»; o le ardite figure retoriche: il petto di quercia di Passi, lo stagno del sole di È tardi per noi.

Tutt’altro che ingenui, dunque, i versi della poetessa calabrese. Semmai primitivi, purché ci si intenda sul significato dell’aggettivo. L’etimo, «che sta in primo luogo», descrive con puntualità il leitmotiv dei testi di Antonia Capria: la ricerca degli archetipi, di ciò che viene prima nella vita della natura e dell’uomo e lega indissolubilmente la sorte dell’una e dell’altro, come avviene – senza infingimenti – in Marea: «La marea è forse una fune, / onde senza riposo, / che mi chiamano / per inghiottirmi / prima di morire».

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