Most read

I “terroni” contro l’antimafia?

Vota

Nelle carceri italiane le tesi dei “revisionisti” antirisorgimentali riscuotono un successo crescente: secondo non pochi detenuti “pensanti” il 41bis e le normative antimafia sarebbero la versione moderna della persecuzione dei meridionali iniziata col Risorgimento e con la repressione del brigantaggio…

Magari è solo una suggestione. Oppure è solo un caso, dovuto alle letture in cella o nella biblioteca del carcere.

Però, nel dubbio, il rischio c’è e non è piccolo: il terronismo potrebbe essere diventato una specie di ideologia, carceraria e non, rivolta contro l’antimafia. E non tanto contro l’antimafia mediatica, creata a bella posta da giornalisti abituati a scodinzolare in maniera acritica appresso ai magistrati. Né contro l’antimafia diventata business e scorciatoia per carriere, politiche e non solo.

Magari: una reazione a queste due degenerazioni non sarebbe mai tardiva né esagerata.

Il big dell’antimafia Nicola Gratteri

Ci riferiamo, invece, all’antimafia giudiziaria, che reprime tra tante difficoltà e ottiene condanne anche a dispetto di un sistema processuale che a volte sembra studiato più per demolire le prove che per utilizzarle.

Ci riferiamo, inoltre, al sistema repressivo che, a dispetto di tanti difetti e malfunzionamenti (dovuti in buona misura al malfunzionamento complessivo di tutto il sistema carcerario italiano), ha comunque ottenuto alcuni risultati minimi: isolare i boss dal loro seguito fuori dal carcere – o, comunque, rendere più tracciabili certe forme di comunicazione in codice di Radio Carcere -, avviare percorsi di rieducazione, almeno in alcuni casi, o di collaborazione, coatta o meno, con le autorità inquirenti.

L’ex presidente dei giornalisti italiani Lorenzo Del Boca

Il terronismo di cui parliamo è quel filone, più editorial-commerciale che culturale, che ha preso piede in occasione del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, soprattutto al Sud e in vari ambienti della Lega pre Salvini, in seguito al successo dei libri di Lorenzo Del Boca, ex segretario nazionale della Fnsi (il sindacato dei giornalisti), di Pino Aprile, ex direttore di Gente e autore di best seller come Terroni e il più recente Carnefici e di Gigi Di Fiore, inviato de Il Mattino e autore di molte controstorie dedicate al processo di unificazione nazionale.

Pino Aprile, l’autore di Terroni

Non è il caso di approfondire troppo, tanto più che su queste pagine l’argomento è stato trattato a lungo. Per riassumere, possiamo dire che i tratti salienti di questo filone si riducono a tre punti.

Primo punto: il Risorgimento, secondo i fautori di questo filone, sarebbe stato essenzialmente l’annessione violenta del Sud, altrimenti ricco e prospero, a un nord povero ma armato fino ai denti e desideroso di mettere le grinfie sulle casse floride del Regno delle Due Sicilie.

Secondo punto: il brigantaggio, da fenomeno storicamente complesso ma comunque pieno di caratteristiche criminali piuttosto marcate, diventa una specie di Resistenza contro l’invasore piemontese, combattuta per vari motivi, non necessariamente in contraddizione tra loro ma neppure del tutto complementari, tra cui il lealismo verso la dinastia borbonica sconfitta prima da Garibaldi e poi dall’esercito piemontese, la difesa dei diritti dei contadini o varie forme di irredentismo meridionale, di matrice napoletana o siciliana, eccetera.

Il giornalista Gigi Di Fiore

Da tutto ciò consegue, sempre secondo gli autori di punta di questo filone revisionista, che alla conquista del Sud si sarebbe accompagnata una repressione sfociata in un genocidio (valutato da Pino Aprile in un milione di morti), caratterizzata da leggi speciali come la legge Pica e da vere e proprie ideologie razziste camuffate da scienza, come ad esempio il positivismo di Cesare Lombroso, il padre dell’antropologia criminale, considerato da vari gruppi terronisti come il teorico del pregiudizio antimeridionale su base scientifica.

Terzo punto: le attuali condizioni del Mezzogiorno sarebbero quindi il prodotto esclusivo del processo di unificazione, secondo i revisionisti attuato con modalità a dir poco criminali, e non di disfunzioni dei sistemi sociopolitici locali dovute a problemi di arretratezza pregressi o, peggio, atavici.

Cesare Lombroso, il padre dell’antropologia criminale moderna

Ora, che c’entra tutto questo con l’antimafia e col mondo carcerario?

Una risposta arriva da Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortura del 41bis (Sensibili alle Foglie, Roma 2016), un’antologia di scritti sul carcere duro curato da Pasquale De Feo, già camorrista ed ergastolano da anni in prima fila nella difesa dei diritti civili dei detenuti. Non è il caso di soffermarsi su questo volume, molto critico verso il regime carcerario di massima sicurezza e pieno di testimonianze drammatiche sulle condizioni pesanti (e in vari casi piene di risvolti tragici) della detenzione nelle ex supercarceri di Pianosa e dell’Asinara.

Il libro di Pasquale De Feo

Semmai, richiamiamo l’attenzione sull’Introduzione di questo volume, in cui lo stesso De Feo utilizza non pochi concetti del terronismo per tracciare paralleli con la repressione del brigantaggio e, in ultima battuta, trattare la repressione dei fenomeni mafiosi come una manifestazione, l’ennesima, del pregiudizio antimeridionale, stavolta praticato con mezzi giudiziari.

Prima di vedere come, diciamo subito che il parallelo e la conclusione di De Feo sono sbagliati e moralmente inaccettabili.

Ecco un passaggio chiave dell’Introduzione: «Questo paese unito con l’annessione del Meridione – imposta col ferro e il fuoco per saccheggiarne le ricchezze – ha creato un sistema coloniale che dura tuttora. E per mantenere lo status quo l’oppressore deve tenere costante la repressione: una volta eravamo un covo di briganti, oggi siamo un covo di mafiosi, domani saremo un covo di alieni» (pag. 7, il corsivo è nel testo). Pino Aprile non avrebbe saputo far di meglio. E non lo ha fatto: sia in Terroni sia in Carnefici il giornalista pugliese non arriva a tanto ma si limita a distinguere tra un brigantaggio buono, perché ribelle e, per dirla con Di Fiore, insorgente e una mafia cattiva perché legata al potere costituito, in questo caso ai piemontesi invasori.

L’Isola di Pianosa

Ma una cosa è un giornalista cresciuto nel mainstream perbenista dei rotocalchi italiani, che più di tanto non può spingersi, un’altra un ergastolano condannato per vicende maturate in un contesto mafioso, che invece osa, eccome: «La criminalità organizzata di cui tanto si favoleggia è la figlia della bestiale occupazione nazi-piemontese» (pag. 7). E ancora: «Ogni ribellione contro un’occupazione straniera, finita la sua spinta, sfocia in fenomeni di criminalità, si autoregolamenta, percependo lo Stato esclusivamente nella forza bruta del suo apparato» (pag. 8).

Non manca neppure la tirata antilombrosiana, fatta negli stessi termini (tranne forse che per l’uso della lingua italiana, più corretto e forbito nel caso di De Feo), del Comitato tecnico-scientifico “no Lombroso”, il gruppo neoborbonico specializzato in criminologia e autore di una polemica serrata, sfociata anche in un processo, nei confronti del Museo Lombroso di Torino: «Il problema principale è che il tessuto delle istituzioni è imbevuto delle terribili teorie di Cesare Lombroso, uno scienziato criminale, il quale affermava che i meridionali erano geneticamente difettati, la loro conformazione fisica ed etnica portava a una naturale propensione a delinquere, dunque si trattava di criminali per nascita, eredi di un’atavica popolazione difettosa, che niente e nessuno poteva sottrarre al loro destino» (pag. 8).

Il supercarcere dell’Asinara

Più ardito risulta il volo storico tra i sistemi detentivi di massa postunitari e quelli attuali. Val la pena di citare a lungo per spiegare dove vada a parare De Feo: «Nel periodo della crudele occupazione migliaia di prigionieri furono deportati nei lager dei Savoia, sulle Alpi e nelle isole, tra cui la famigerata Pianosa dell’arcipelago toscano, dove nel pieno della guerra, nel 1863, fu costruita una struttura carceraria sotto impulso della legge Pica: questi lager rispondevano direttamente al ministero dell’Interno e non a quello della Giustizia.

L’Auschwitz di questi lager fu il Forte di Fenestrelle, dove le statistiche ufficiali riportano 26.000 morti, situato a circa 1.700 metri in Val Chisone, in provincia di Torino, i prigionieri (cosiddetti briganti) non dovevano sopravvivere più di tre mesi, i loro corpi venivano sciolti in una vasca tuttora esistente di calce viva, i Padri della Patria avevano anticipato i nazisti di ottanta anni» (pag. 9).

Ed ecco il parallelo: «Anche oggi i lager di tortura del 41bis si trovano tutti nel Centro-Nord».

Il Forte di Fenestrelle

Sorvoliamo sulla collezione di inesattezze su cui tra l’altro ferve un certo dibattito da anni (Lombroso non inaugurò nessun razzismo antimeridionale, di cui nelle sue opere non c’è traccia, Fenestrelle fu sede di un corpo punitivo del Regio Esercito e non un carcere militare, perciò non potevano esservi reclusi briganti, certi numeri di vittime non sono mai stati provati ecc.) per concentrarci solo su un dato: molte delle tesi espresse da De Feo sembrano prese di peso, senza troppi filtri critici dai volumi di Aprile e compagnia scrivente.

E purtroppo questa distorsione ideologica emerge anche nell’analisi del presente. Leggere per credere: «La legge Scotti-Martelli, quella dell’ergastolo ostativo, dell’art. 4bis e 41bis è stata emanata per il Meridione e contro i meridionali, i meridionali sono sempre colpevoli perché esserlo è un reato da 150 anni.

Il 90% dei reclusi italiani sono di origine meridionale, il 100% dei reclusi nel regime di 41bis sono meridionali, il 100% degli ergastolani ostativi sono meridionali, il 90% dell’applicazione del famigerato articolo 4bis sono meridionali. I numeri non possono essere manipolati, perché i fatti sono fatti, il resto sono chiacchiere».

Giusto, infatti non manipoliamo: interpretiamo anche noi. Ed è sin troppo facile obiettare, soprattutto da un punto di vista meridionale, che queste cifre sono il prodotto delle strutture mafiose, create e popolate da meridionali con logiche di appartenenza territoriale (mafia siciliana, camorra e Sacra Corona) oppure biologico-familiari (’ndrangheta). Ciò non toglie che si sia tentato di applicare il 416bis anche fuori da questi schemi (è avvenuto di recente nell’inchiesta Mafia Capitale).

Ma il problema, è chiaro, non si limita alle derive ideologiche che rischiano di inficiare l’opera di denuncia, altrimenti giusto e condivisibile, di De Feo. Il rischio vero è che queste tesi terronistiche prendano piede all’interno dell’universo carcerario, già ribollente, e finiscano con l’inquinare le pulsioni meridionaliste, sane e doverose, trasformandole in una ideologia antagonista dell’antimafia. Purtroppo, tutto lascia pensare che certi miscugli di subculture e controculture non siano il prodotto del caso, ma il frutto di propagande mirate. Peccato solo che a certi apprendisti stregoni la situazione sia sfuggita di mano. Ora che i demoni sono stati evocati e si apprestano a intossicare l’ambiente, tocca esorcizzarli. E non sarà facile.

Per saperne di più:

La recensione di Le Cayenne Italiane

1,093 Visite totali, 1 visite odierne

Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

Comments

There is 1 comment for this article
  1. Pingback: Inferno senza redenzione, il carcere visto da un ergastolano – Indygesto

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Go to TOP