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A Pontelandolfo non fu strage. E nemmeno rappresaglia

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Il giornalista e studioso Giancristiano Desiderio rivede le vicende del terribile Ferragosto 1861 sulla base dei documenti d’epoca e di fonti successive, finora mai smentite, in un libro di prossima pubblicazione, di cui racconta in anteprima i contenuti salienti. I bersaglieri non sterminarono la popolazione del paese beneventano né operarono una rappresaglia per vendicare i loro commilitoni sterminati l’11 agosto dai briganti che avevano occupato il borgo con l’aiuto dei suoi abitanti. Fu solo un’operazione di pubblica sicurezza. Le tesi di chi parla di sterminio, secondo Desiderio, sono solo speculazioni a scopo politico (è il caso dei neoborbonici) o commerciale (i “revisionisti” antirisorgimentali). Duri anche i giudizi sul brigantaggio («Un fenomeno complesso, essenzialmente criminale») e sul legittimismo («Solo propaganda»).

Allora, a Pontelandolfo in quel terribile Ferragosto 1861 ci fu una strage. Ma questa strage non fu l’ecatombe immane che vari storici, compreso il classico Franco Molfese, hanno denunciato, né fu ispirata da una non meglio precisata volontà di sterminare o soggiogare col terrore popolazioni ribelli.

Lo dimostra il numero dei morti, 13, finora non confutato dai revisionisti antirisorgimentali. E lo dimostra, inoltre, un altro fatto, finora non valutato a dovere: l’impossibilità di distinguere la matrice ribellistica da quella legittimista ed infine da quella criminale in quel fenomeno complessissimo, stratificato e variegato che fu il brigantaggio.

Lo sostiene, una volta di più Giancristiano Desiderio, pompeiano doc, studioso e giornalista di lungo corso, firma storica del Secolo d’Italia, del Corriere del Mezzogiorno, di Sette e de Il Giornale e già vicedirettore de L’Indipendente. Solo per citare parte della lunga lista di testate su cui si è esercitato per oltre vent’anni.

Come scrittore, invece, si è occupato di problemi culturali, di filosofia (in particolare del pensiero liberale e crociano) e di storia.

È quasi fatale, per un intellettuale campano, incrociare sul proprio percorso problemi spinosi come quello del brigantaggio. E parlare di briganti, in Campania, vuol dire misurarsi con figure come Cosimo Giordano e, appunto, con vicende come quella di Pontelandolfo e Casalduni.

Al riguardo, Desiderio è lapidario: «Fu una tragedia, perché 13 morti, in un contesto di guerra civile e di crisi dell’ordinamento sono una tragedia. Ma quel che avvenne non fu assolutamente l’esito di una rappresaglia brutale, magari condotta con intenti terroristici».

Eppure molti storici, anche di parte liberale, parlano di rappresaglia.

Io dico di più: in quella situazione una rappresaglia militare si sarebbe giustificata, anche dal punto di vista giuridico. Tuttavia, la rappresaglia non ci fu. Ho da poco terminato la stesura di un libro, che dovrebbe uscire entro il 2018, in cui ho raccolto il risultato di anni di ricerche dedicati alla vicenda di Pontelandolfo.

Su cui si è espresso un altro storico campano: padre Davide Fernando Panella.

Padre Panella ha ottenuto un risultato ottimo: ha ribadito con un uso notevole della documentazione in possesso della Curia un dato che era già acquisito, riguardo Pontelandolfo, cioè che i morti furono solo 13. Inoltre, ha ribadito con altrettanta efficacia che gli eventi dell’agosto 1861 non hanno inciso sulla demografia del paese.

E come?

Nelle sue pubblicazioni, ha riportato fedelmente i dati relativi alla popolazione di Pontelandolfo durante gli ultimi anni del Regno delle Due Sicilie e li ha comparati con quelli degli anni successivi al 1861. Niente prova tecnica di genocidio. C’è da aggiungere, inoltre, che il dato dei 13 morti è stato confermato da una lettera scritta da Caterina Lombardi, una notabile di Campolattaro, al proprio zio Angelantonio Lombardi, alto prelato romano dell’epoca. Questa lettera, ritrovata nel 2011 dallo storico Annibale Laudato, ribadisce il numero di morti ricostruito da Padre Panella.

Lei però va oltre nella sua ricerca: afferma che l’intervento dei bersaglieri a Pontelandolfo non fu punitivo nei confronti delle popolazioni

Ho deciso di raccogliere in un libro che uscirà quest’anno i risultati di una lunga ricerca, che in parte ho già pubblicato in vari articoli sul Corriere del Mezzogiorno, in cui ho potuto giovarmi anche del lavoro di uno storico valido come Ugo Simeone, autore della biografia di don Achille Iacobelli, un notabile di San Lupo che fu uno dei protagonisti di questa vicenda. Dunque, non mi convincevano non solo i numeri della vicenda di Pontelandolfo e Casalduni, ma anche lo schema con cui questa vicenda è stata raccontata, quasi fosse un botta e risposta tra briganti ed esercito, con in mezzo Achille Iacobelli.

Iacobelli, finora, è stato considerato una bestia nera sia dagli storici borbonici che dai liberali. Per entrambi, lui avrebbe fatto il doppio gioco: avrebbe attirato in trappola i 45 militari guidati dal tenente Bracci, poi avrebbe scritto al generale Cialdini perché effettuasse la rappresaglia…

Questo schema non regge perché (come ha dimostrato Simeone) Iacobelli l’11 agosto, il giorno in cui i soldati di Bracci furono massacrati, era a Napoli. Lui rientrò la sera di quel giorno e apprese da un soldato scampato al massacro quel che era successo. Ma non comunicò l’accaduto a Cialdini, come sostiene erroneamente la storiografia che finora è prevalsa, bensì si rivolse al suo superiore, l’intendente di Cerreto Sannita, che a sua volta riferì l’accaduto a Gallarini, il governatore di Benevento. Quest’ultimo si rivolse a Cialdini. Questa catena gerarchica è confermata dal fascicolo di Cialdini conservato nell’Archivio di Napoli, in cui non c’è alcuna traccia di comunicazioni dirette tra Iacobelli e Cialdini.

Ma allora, perché Bracci finì in trappola?

Questo non è stato chiarito. Lui aveva ricevuto da Cialdini l’ordine di restare a Sepino e di non addentrarsi. Ma c’è di più: Cialdini diede due ordini. Uno a Bracci, e l’altro a Negri per andare a verificare e sedare i disordini avvenuti a Pontelandolfo il 7 agosto, quando i briganti di Cosimo Giordano occuparono il paese e massacrarono gli ufficiali della Guardia che lo presidiavano. Ma Negri, impegnato in altre zone, non fu in grado di eseguirlo tempestivamente.

Quindi il massacro dei soldati avvenne perché i reparti erano disallineati.

Anche per questo, oltre che per la non chiarita imprudenza di Bracci. Comunque, appreso l’accaduto, Cialdini ordinò al maggiore Carlo Melegari di mettersi in marcia verso Pontelandolfo. Melegari eseguì, ma passò prima da Casalduni, che trovò deserto perché Giordano, reputandolo indifendibile, lo aveva evacuato. Melegari, entrato in paese, si spostò verso Pontelandolfo, dove notò una colonna di fumo e dei movimenti sulla collina: erano i briganti che, assieme ad alcuni paesani, preparavano la trappola, la seconda, per i soldati. Ma a questo punto avvenne l’imprevisto.

Cioè l’arrivo dei soldati di Negri, che provenivano da Benevento

Esatto. E questo fatto dimostra che non ci fu alcuna azione preordinata dell’Esercito Italiano ma fu tutto frutto di una coincidenza: Negri era arrivato a Pontelandolfo solo dopo essersi liberato dagli altri impegni militari. E d’altronde, come avrebbe confermato in seguito Giordano durante il processo, anche Pontelandolfo fu evacuato per tempo, perché considerato anch’esso, a quel punto, indifendibile. E ciò spiega l’esiguo numero di morti. Aggiungo un’ulteriore riflessione logistica: Negri aveva ricevuto l’ordine di andare a Pontelandolfo prima della strage dell’11 agosto, mentre gli uomini di Melegari sarebbero stati numericamente insufficienti a compiere una rappresaglia in un paese probabilmente occupato dai briganti. E anche questo, oltre all’evacuazione dei due paesi, spiega il numero piccolo di morti.

Ma come mai tutto questo dibattito su questa ed altre vicende simili?

È un problema di uso pubblico della storia, che in alcuni casi diventa abuso. Si pensi che il numero di 13 morti è stato il dato ufficiale accettato da tutti fino agli anni ’70. Anche da Carlo Alianello, che partecipò all’inaugurazione della lapide commemorativa dei defunti, compresi i militari guidati da Bracci. Le speculazioni, interessate, sono arrivate dopo e sono aumentate in occasione del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia per evidenti scopi politico-editoriali.

Ma questo revisionismo non è stato praticato solo da autori improvvisati come Antonio Ciano, ma anche da professionisti seri come Gigi Di Fiore.

Purtroppo. Ma alla fine contano i risultati e non mi pare che Di Fiore, nel suo ultimo libro, riesca a superare i risultati di padre Panella.

Ma non convince neppure la sua lettura complessiva del brigantaggio.

Certo. Cercare di dimostrare che il brigantaggio sia stato una sorta di protolotta contadina significa operare una cesura artificiale tra il brigantaggio preunitario e quello postunitario. Ora, anche i Borbone considerarono questo fenomeno una piaga e ordinarono repressioni, che ci furono e non furono proprio leggere. Si può dire che in queste bande c’era di tutto: dai poveri disperati ai delinquenti.

…Ai militari.

Esatto. Questi gonfiarono le bande e, come nei casi di Giordano, Crocco e Romano, ne assunsero la direzione dopo il 1860, quando l’esercito delle Due Sicilie crollò d’improvviso liberando un gran numero di sbandati. Il brigantaggio nel Sud fu un fenomeno endemico e di lunga durata che, ovviamente, crebbe d’intensità nei momenti di crisi.

Una malattia cronica che si riacutizzava periodicamente, insomma.

Sì. E ciò fa capire come anche ipotizzare la politicizzazione dei briganti sia quantomeno problematico. Prendiamo l’esempio della rivolta legittimista. Questo concetto è inapplicabile ai Borbone, visto che Francesco II aveva concesso la Costituzione e ciò poneva il suo regno fuori dal legittimismo. Quest’idea fu una forma di propaganda elaborata dalla pubblicistica francese. Ciò che fa sorridere è che i neoborbonici continuino tuttora a considerare una tesi propagandistica come se fosse n sentimento reale, provato da Francesco II e dai componenti della sua corte in esilio a Roma.

(a cura di Saverio Paletta)

Nota Bene:

Per motivi di spazio, abbiamo data per presupposta sia la conoscenza dei fatti di Pontelandolfo e Casalduni sia quella, più problematica, delle successive ricostruzioni storiografiche e giornalistiche. Chi volesse approfondire può iniziare dalle seguenti pagine:

I morti di Pontelandolfo e La storia delle ricostruzioni

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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