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Angelo Manna fu unico. Diffidate dalle imitazioni…

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Polemista durissimo e intellettuale sopraffino, giornalista di successo e politico d’assalto, studioso e poeta. Angelo Manna fu un meridionalista “estremo”, per molti aspetti un precursore dei temi e delle polemiche degli ambienti “sudisti”, d’ispirazione neoborbonica e non. Molte sue tesi sono state riprese di recente da “revisionisti” alla Pino Aprile. Sul punto interviene Aldo Manna, avvocato partenopeo e fratello dell’intellettuale scomparso improvvisamente nel 2001: «Siamo contenti della riscoperta del pensiero e dell’opera di Angelo, ma temiamo il rischio di un uso strumentale della sua figura per fini politici o, peggio, commerciali. Non vorremmo che tanta passione si riducesse a una moda. Lui neoborbonico? Proprio no. Sono loro che si sono ispirati ad Angelo, che era così originale da non poter essere inquadrato in nessun movimento»

Gli aspetti più polemici dell’attuale sudismo hanno un precursore: Angelo Manna. Giornalista di razza, polemista violento ma intellettuale raffinatissimo, politico controcorrente, nel lontano ’91 Manna lanciò dai banchi del Msi, in cui era diventato deputato, a dispetto delle proprie pesantissime critiche al Risorgimento, che lo misero in rotta di collisione con Almirante, una pesantissima interrogazione all’allora sottosegretario democristiano Clemente Mastella: perché non desecretare gli atti dell’Esercito Italiano relativi alla repressione del brigantaggio, letto già allora come una sorta di massacro compiuto ai danni delle popolazioni del Sud?

Era l’approdo di una corposa produzione, prima giornalistica, poi letteraria, infine politica.

Manna è scomparso nel 2001 in maniera improvvisa, senza riuscire a dar forma compiuta al Fronte del Sud, un partito meridionalista concepito in antagonismo alla Lega di Umberto Bossi. Ma ha lasciato una traccia profonda: al suo pensiero si ispirano oggi i movimenti di matrice neoborbonica e molte sue tesi sono state riprese dalla letteratura revisionista e antirisorgimentale che ha in Pino Aprile uno degli esponenti principali.

Tuttavia, a rileggerne gli scritti a mente serena, si deve riconoscere a Manna uno spessore e una sincerità di cui i suoi epigoni sembrano privi.

Angelo Manna, come il calabrese Nicola Zitara, ha la dignità di un classico. Cioè esprime in maniera chiara e completa un pensiero e un sentimento. E come tutti i classici merita rispetto, anche quando non se ne condividono i contenuti e i messaggi (come, infatti, non li condivide, almeno non del tutto, chi scrive).

Laureato in Giurisprudenza e notaio mancato per un soffio, giornalista molto popolare e studioso raffinato della storia e della cultura della sua Napoli, Manna ha rappresentato a lungo la parte ribelle dell’immaginario meridionale. Oggi che certe sue tesi e polemiche sono diventate patrimonio di movimenti e filoni editoriali più o meno improvvisati ma comunque popolari, cosa resta davvero del suo pensiero?

Ne parliamo con Aldo Manna, avvocato, fratello e curatore del lascito intellettuale di Angelo.

Manna fu un missino sui generis: rappresentava un partito che si richiamava all’immaginario nazionalista ma era fortemente critico sul Risorgimento e sulla sua mitologia.

Mio fratello era essenzialmente anarcoide: molto libero, come uomo e intellettuale, e sempre al di sopra e al di là delle parti.

Un po’ come Beppe Niccolai, un altro outsider missino.

A differenza di Niccolai, Angelo non partiva dall’immaginario neofascista. Niccolai era un fascista di sinistra diventato eretico. Mio fratello era un eretico tout court. Se davvero dobbiamo dare una definizione, io penso a lui come un giustizialista, nel senso più alto della parola.

E allora come mai si candidò nel Msi, che era invece un partito d’ordine?

Angelo era diventato molto popolare grazie a Il Tormentone, una trasmissione autoprodotta che gestiva in totale, feroce indipendenza su Canale 21. Sulla base di questo successo, lo corteggiavano in tanti. Alla fine si candidò con il Msi ed entrò in parlamento con oltre 80mila voti. Solo Almirante ne prese più di lui.

Dunque scelse il Msi perché era un partito piccolo in cui la sua popolarità avrebbe avuto più peso?

Non solo. Il Msi era il partito antisistema, sempre in prima fila nelle denunce, a prescindere dalla sua connotazione politica. Credo che, oltre al discorso numerico, abbia pesato nella scelta di Angelo anche questo aspetto per così dire qualitativo. Ma lui non era di destra ed era amato e apprezzato anche da molte persone di orientamento culturale opposto. Ad esempio, Pietro Gargano, che fu suo collega al Mattino ed è di sinistra. Tra lui e mio fratello ci fu un rapporto di profonda, reciproca stima, che dura tuttora.

Parliamo de Il Tormentone. La trasmissione, iniziata a fine anni ’70, fece uno scalpore enorme.

Altroché. Lui la mandava in diretta e sparava ad alzo zero, incurante di ogni rischio. Ricordo che, quando andava in onda, mia madre e mia zia si mettevano a recitare il rosario…

Manna era un polemista formidabile. E passò dei guai a causa di questa sua verve…

Passò dei guai perché amava la verità e la esprimeva a tutti i costi. Che ci furono e qualcuno fu alto.

Ad esempio?

Fu querelato dall’allora ministro Francesco De Lorenzo e fu condannato sulla base di un sofisma. L’inchiesta giudiziaria appurò la verità di quel che diceva mio fratello. Ma Angelo le sue accuse le aveva lanciate prima che il procedimento desse degli esiti. E lui in quel preciso momento non poteva affermare certe cose, prima che gli inquirenti le verificassero.

Curioso: in quegli stessi anni la stragrande parte della stampa massacrava Enzo Tortora e non successe nulla.

Che posso dire? Una cosa è scrivere di una persona senza potere, ben altra è prendersela con un ministro. È così da sempre. Ma Angelo non era persona da scoraggiarsi. Fu anche accusato di legami con la Camorra, ma uscì fuori a testa alta da questa insinuazione, escogitata, come avvenne anche nel caso di Tortora, solo per infangarlo.

Veniamo al Manna meridionalista.

Lui era napoletano dentro. Viveva con passione estrema la sua natura di meridionale. Tant’è che tra le sue iniziative, ci fu la proposta di legge di rendere la lingua napoletana materia di studio.

Un po’ come vorrebbero alcuni esponenti neoborbonici, da cui lui, tuttavia, prese un po’ le distanze, come risulta dal suo libro Quando l’Italia era solo il Sud, uscito postumo nel 2010.

Lui non era un nostalgico né un secessionista. Considerava, come risulta da questo scritto, pericolose certe derive. Cito testualmente: «Queste pose mondane, accademiche, insipide e soprattutto masochistiche, queste robe piccine, pietose, da schiattamorti postumi, non fanno al caso nostro».

Eppure ora le tesi di suo fratello sono state riprese nei libri di Gennaro De Crescenzo e Pino Aprile, in quest’ultimo caso con un certo successo commerciale.

Chiarisco un concetto: mio fratello aveva un solo progetto politico, il Fronte del Sud, che tuttavia fallì per mancanza di fondi e di sostegno politico. Che i neoborbonici si richiamino a lui è un conto, ma lui non era un neoborbonico. Era unico. Sull’aspetto letterario e commerciale della vicenda non so cosa pensare. Mio fratello avrebbe commentato così: gli opportunisti ci sono sempre e tentano sempre di agganciarsi a qualche filone se lo considerano redditizio. Io, da familiare ed erede dell’opera di Angelo, dico invece un’altra cosa, anche a nome di tutta la famiglia: siamo lusingati da tanta attenzione nei riguardi del pensiero e dell’opera di Angelo, tuttavia speriamo che questa attenzione non si riduca a un uso strumentale, politico ed editoriale, della sua produzione.

Spieghi meglio.

Ormai certe forme di rivendicazionismo e di revisionismo sono diventate una moda. E le mode passano. Non vorrei che il passare di questa moda rendesse obsoleta anche la figura di Angelo. Per alcuni è solo questione di mercato, editoriale o politico che sia. Per me, come per chi davvero ama Angelo, è una questione di cultura.

A proposito di cultura. A che punto siamo con le opere di Angelo Manna?

Abbiamo costituito un’associazione, Amici di Angelo Manna, e curiamo la pubblicazione delle sue opere inedite, soprattutto le poesie. Nel 2015 è uscita O mmio, per l’editore Homo Scrivens e a Pasqua è prevista la pubblicazione di un’altra raccolta di poesie. Lui ha scritto moltissime poesie.

Ha tra l’altro espresso in versi la sua visione della questione meridionale.

Sì, nel poema Care Paesane, 500 versi in endecasillabi. Il mio desiderio è di tradurlo in inglese per diffonderlo tra i discendenti dei nostri emigranti. Finora non ci sono riuscito, ma chissà: la speranza è sempre l’ultima a finire.

 (a cura di Saverio Paletta)

 

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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