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Ponte di Calatrava, l’ultima cambiale di don Giacomo

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Inaugurata con tanto di megashow la maxiopera dell’architetto spagnolo che cambierà il volto di Cosenza

La struttura fu voluta ed ideata dall’ex sindaco socialista Giacomo Mancini negli ormai lontani ’90

Ma la città nel frattempo è cambiata: i poveri sono in aumento e l’emigrazione l’ha ridimensionata. Serviva proprio questo ponte?

Come al solito, quando ci sono di mezzo i quattrini pubblici, fioccano le polemiche.

Troppi soldi, si è detto, che potevano, anzi di sicuro dovevano, servire ad “altro”. Ad esempio, all’emergenza abitativa, visto che sono stati prelevati dai fondi ex Gescal, destinati all’edilizia popolare.

Opera inutile, è stato ribadito da più parti, quanto colossale.

Ma le polemiche, fragorose come tutte quelle che avvengono negli ambienti piccoli, sono rimbalzate e il ponte di Calatrava, alla fine, è stato realizzato con tanto di spettacolo.

Cosenza ha la sua maxiopera.

Nel calor bianco delle discussioni c’è chi ha ricordato che quest’opera fu voluta dal vecchio Giacomo Mancini, il primo sindaco di Cosenza eletto direttamente dai cosentini. Un ricordo senz’altro interessato, visto che proviene dal direttore di un’emittente che si è assicurata la diretta dell’inaugurazione, si presume a titolo non gratuito. Ma un ricordo vero, sbattuto in faccia soprattutto agli antagonisti di oggi che, ha sottolineato il giornalista, sono gli eredi degli antagonisti di ieri, che avevano un ruolo forte – sociale, creativo e persino d’immagine – nel decennio della sindacatura dello scomparso leader socialista.

Ma ciò non toglie che chi ha polemizzato oggi non abbia tutti i torti: la città in cui il sindaco Mario Occhiuto ha finito di realizzare le opere ideate da Mancini è una città profondamente cambiata e non proprio in meglio.

Ci sono le nuove povertà, ad esempio, che pesano tantissimo e la demografia è calata a picco, grazie al micidiale mix di denatalità ed emigrazione, soprattutto giovanile, entrambe tipiche delle società in crisi.

Ci sono inoltre nuove esigenze urbanistiche: Mancini voleva la “sua” Cosenza ancorata a Sud e il ponte fu concepito in quest’ottica geopolitica; oggi c’è la necessità, invece, di continuare a proiettare la città a Nord, in vista della fusione con la vicina Rende, più ricca e meglio concepita.

Quando il vecchio Mancini iniziò a buttar giù i progetti di opere pubbliche non c’era l’hi tech e l’opinione pubblica era informata (e in parte manipolata) da pochi media, spesso politicamente interessati. Il dissenso c’era, ma faticava ad emergere. Ora non c’è nulla di più facile che dissentire.

Perciò è facile sapere che la costruzione del ponte ha comportato lo sgombero di via Reggio Calabria, una baraccopoli ormai storica dei rom cosentini. E c’è chi ha puntato il dito con tanto di grancassa. Ma quanti ricordano che l’avvio del progetto comportò, alla fine degli anni ’90, lo sgombero di Gergeri, dove c’era un’altra baraccopoli rom? I suoi abitanti furono “spostati” a via degli Stadi e ci fu chi alluse a manovre speculative sui terreni occupati dagli “zingari”, che sarebbero di proprietà di familiari e di sodali politici del sindaco scomparso. Questa voce rimbalza tuttora in certi bar e, a tratti, è filtrata sulla stampa. Ma, occorre ripetere: allora non c’era l’hi tech a far da grancassa.

Val la pena di soffermarsi su un paradosso: quando Mancini sognava di cambiare il volto alla “sua” Cosenza, i fratelli Occhiuto lasciavano Forza Italia in polemica con i fratelli Gentile e facevano opposizione al seguito dei postdemocristiani di Casini.

O meglio, l’opposizione la faceva solo Roberto Occhiuto, perché Mario, invece, faceva “solo” l’architetto.

Ora il sindaco Occhiuto conduce la sua seconda sindacatura a completare le opere pubbliche progettate da Mancini. Ad onorare le cambiali politiche tratte più di vent’anni fa. Cambiali mai contestate da nessuno (se si eccettuano alcune polemiche sterili in consiglio comunale) e arrivate quasi al protesto.

Quanti ricordano, ad esempio, che i componenti prefabbricati del ponte disegnato da Santiago Calatrava sono rimasti chiusi in un hangar di Genova per oltre 15 anni in attesa che a Cosenza finissero di reperire i fondi?

E lo stesso discorso vale per piazza Bilotti, realizzata sulla base dello stesso progetto sviluppato negli anni ’90 su commissione della giunta Mancini. E vale, ovviamente, per la completa pedonalizzazione di Corso Mazzini e per il planetario, la prossima opera in cantiere.

Prima di dire una parola definitiva, i detrattori e gli elogiatori (faziosi, parziali e inutili come tanti ultrà) dovrebbero ricordare che, dopo la fine della sindacatura di Eva Catizone, erede politica di Mancini e oggi sodale di Occhiuto, ci furono dei tentativi di criticare l’iperprogettualità manciniana, che aveva contribuito a mettere a dura prova le casse comunali, ma questi tentativi furono inutili: risultarono al più dei mal di pancia lamentati da quella sinistra che aveva governato col leone socialista e che, durante la sindacatura di Salvatore Perugini, cercava di smarcarsi dal mito degli anni ’90, che era diventato una specie di complesso.

E occorre ricordare che lo stesso Occhiuto, all’atto di candidarsi a sindaco nel 2011, riprese nel proprio programma (elaborato anche col concorso di chi a Mancini e al centrosinistra aveva fatto opposizione) proprio i progetti di Mancini.

Ora, è chiaro che questo popò di opere – impressionante e sproporzionato per una città che da medio-piccola è diventata piccola e basta – ricordi la storia della rana che si gonfia per imitare il bue. E il rischio che la rana scoppi c’è tutto, perché la manutenzione sarà un onere non indifferente per le amministrazioni future.

Però è altrettanto vero che quelli che polemizzano oggi sono gli stessi che l’altro ieri approvavano e ieri, quando potevano, non sono riusciti (o non hanno davvero voluto) mettere uno stop. E forse non è infondato un sospetto maligno: non è che chi critica Occhiuto, sotto sotto avrebbe voluto essere al posto suo per appuntarsi la medaglia di “trasformatore” della città?

Intanto, godiamoci il ponte. Con la speranza che, oltre che imponente e spettacolare, sia anche utile.

Saverio Paletta

 

 

 

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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