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Migranti, alcune domande a Nicola Gratteri

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Il procuratore capo di Catanzaro ha polemizzato con Minniti: ha affrontato male l’emergenza degli sbarchi

Parole dure sulla Libia: lì massacrano i profughi e violentano le donne, occorrono altre soluzioni

Ma il problema della sicurezza non può essere affrontato con programmi di lungo periodo

e forse non c’è altra soluzione che accordarsi coi libici

Il duello mediatico è sembrato “facile” e dagli esiti un po’ scontati: da un lato, un procuratore della Repubblica di successo e piuttosto amato dall’opinione pubblica; dall’altro, un ministro degli Interni che non è proprio un campione di simpatia.

Algido, poco incline al dialogo coi media, anche quelli vicini al suo partito, costretto a esercitare la carica “ambita” per decenni in una situazione che definire di emergenza è poco, Marco Minniti ha incassato il siluro lanciato da Nicola Gratteri, intervistato da Gianni Minoli, quasi senza batter ciglio.

Importa poco, in questo caso, sapere se  Gratteri abbia lanciato il siluro per secondi fini tutti politici, cioè in vista della possibilità di diventare ministro, come pure è stato scritto.

Semmai, vale la pena di concentrarsi sui contenuti di questa polemica, con cui il magistrato antimafia più efficace e popolare d’Italia ha toccato più o meno tutti gli aspetti dell’operato di Minniti.

Uno in particolare, quello più delicato dal punto di vista politico (e non ce ne vogliano gli appassionati dell’antimafia a tutti i costi): l’immigrazione.

Il procuratore capo di Catanzaro ha letteralmente staffilato il ministro: «La sua politica non mi è piaciuta», ha dichiarato, con palese riferimento agli accordi stretti con la Libia (o meglio con quello, tra i vari poteri che si contendono la Libia, che più somiglia a un governo legittimo dal punto di vista del diritto internazionale) per rallentare il flusso dei migranti verso le nostre coste.

C’è da essere d’accordo col procuratore su alcuni aspetti del problema: cioè sul fatto che la soluzione di Minniti sia «un tappo», cioè un rimedio temporaneo e precario, e sul fatto che questa soluzione lasci molto a desiderare dal punto di vista umanitario.

Sì, è vero: le strutture libiche, come hanno raccontato prima le associazioni internazionali e poi i media, con tanto di riprese video inequivocabili, sono dei lager nell’accezione peggiore del termine.

Sì, è vero: lì le donne vengono violentate, forse costrette a prostituirsi, e i ragazzini presi a bastonate.

Altre cose non sono vere. Non è vero che questo sia un problema dell’Italia. Non è vero che un’emergenza possa essere affrontata con rimedi di lungo periodo, come quelli prospettati dal procuratore, cioè con opere pubbliche e di bonifica di interi territori africani dove lo Stato non esiste quasi più e quando è esistito ha funzionato malissimo.

L’emergenza c’è qui e ora. E qui e ora va affrontata.

Occorre ricordare che il flusso via mare dei migranti aveva raggiunto un picco allarmante la scorsa estate, quando “minacciava” (sì, è il termine giusto, non ce ne voglia nessuno) di passare dall’ordine delle migliaia a quello delle decine di migliaia in pochissimo tempo. Dall’emergenza, che è il regime con cui l’Italia affronta questo grave problema da almeno quattro anni, all’insostenibilità il passo sarebbe stato brevissimo.

Il problema affrontato da Minniti non riguarda il diritto, o meglio, i diritti fondamentali degli esseri umani. Ma tocca un aspetto fondamentale della vita civile: la sicurezza, senza la quale non c’è diritto che si possa realizzare. Anzi, è la precondizione della tutela dei diritti.

E la sicurezza è messa a repentaglio quando i flussi migratori, legittimi (perché è legittimo fuggire da guerre civili e sistemi in cui la vita umana non vale niente) diventano ondate.

Il problema libico non è italiano, ma di tutta quella comunità internazionale, inclusi gli altri paesi rivieraschi dell’Ue che ha lasciato sola l’Italia in questa terribile contingenza.

In breve.

L’Italia non ha titolo di intervenire da sola nei Paesi centrafricani da cui proviene la stragrande maggioranza dei profughi. È giusto, al riguardo, il “suggerimento” di Gratteri sull’invio degli 007 per capire chi siano i trafficanti di esseri umani. Ma solo questo.

L’Italia non può accogliere tutti i migranti e selezionare tra questi i profughi veri e i semplici migranti “economici”. Non lo può perché non è attrezzata ad affrontare numeri che, da grandi che erano, rischiano di diventare enormi. Come non lo sono gli altri paesi europei.

Ma Gratteri, che da magistrato possiede molte più informazioni rispetto ai comuni cittadini anche su quest’argomento, dovrebbe porsi altre domande.

Ad esempio: come mai gli sbarchi avvengono di preferenza in zone in cui il controllo del territorio è conteso allo Stato dalle organizzazioni criminali o è poco efficiente per motivi geografici (è il caso di Lampedusa)?

Come mai il meccanismo dell’accoglienza è deviato in pochi anni in pratiche poco corrette o, nei casi peggiori e purtroppo non infrequenti, addirittura criminali?

La vicenda di Isola Capo Rizzuto ha insegnato qualcosa o no?

Eppure non si dovrebbe arrivare a casi estremi per capire che ormai la “privatizzazione” dell’emergenza non basta più e che le risposte debbono essere strutturate.

In fin dei conti, quasi nessuno in Spagna ha fiatato contro i vari governi che, a più riprese, hanno quasi militarizzato Gibilterra o praticato moratorie pesanti sui trattati che consentivano la libera circolazione di alcuni migranti nel territorio dell’Ue.

In Italia, invece, capita che si confondano spesso i piani della legalità e del diritto con quello della sicurezza.

Come tutti i magistrati bravi, Gratteri pensa e agisce “ex post”, cioè a fatto avvenuto. Un ministro degli Interni dovrebbe, al contrario, limitare i guai prima che sorgano.

Si afferma tutto questo con la totale indifferenza politica nei riguardi di Minniti, a cui tuttavia si dà atto di aver pensato, per la prima volta in decenni, in termini di sicurezza.

Per quel che riguarda la Libia, intervenire non è affar suo: toccherebbe, semmai, al suo collega agli Esteri, che prima occupava gli Interni, premere sulle istituzioni internazionali perché agli eccessi libici sia posto un freno.

È il minimo che possa fare un sistema democratico costretto troppe volte, soprattutto dall’insipienza delle sue classi dirigenti, ad agire in solitudine.

Il resto, di fronte a un’emergenza che non cessa di emergere, è un programma che somiglia a un libro dei sogni. Sognare un futuro degno è lecito. Impegnarsi per realizzarlo doveroso. Ma se non si parte dal presente, hai voglia a sognare. Anzi, meglio tenere gli occhi ben aperti, perché se no i sogni rischiano di mutare in incubi.

Saverio Paletta

 

 

 

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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