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Affaire Bellomo, siamo alle battute finali

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Quasi alla fine il procedimento disciplinare a carico del giudice delle minigonne. Ma l’ultima parola tocca alla magistratura penale

La vicenda di Francesco Bellomo, a dispetto di chi l’ha complicata inutilmente raccontandola male, è quasi alle battute finali.

In due ore e qualcosa di seduta l’Adunanza generale del Consiglio di Stato ha deciso quel che sembrava inevitabile: ha dato la luce verde al siluramento del giudice delle minigonne. L’ultima parola spetta ora al Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa, che la pronuncerà il 12 gennaio. E tutto lascia credere che questa pronuncia sarà in linea con l’indicazione dell’Adunanza, che non ha carattere vincolante.

Ma stavolta non ci sono storie: a dicembre il Cpga, presieduto da Alessandro Pajno, aveva girato la pratica all’Adunanza perché non era riuscito a raggiungere l’unanimità sull’affaire Bellomo, segno del palese imbarazzo provato dai togati nel dover giudicare i propri simili. Potrebbe tutto finire in routine: Il Consiglio incasserà il verdetto, stavolta quasi unanime, dell’Adunanza, scriverà il foglio di via e poi lo passerà al Presidente della Repubblica per la firma.

Ed ecco che sulla storia di questo ex magistrato penale, già bimbo prodigio del diritto, emergerà la prima verità: quella processuale, così come sta emergendo per il suo comparuzzo, il pm di Rovigo Davide Nalin, sospeso dal Csm per aver aiutato il suo capo nelle presunte illecite pressioni sulle borsiste.

Il resto toccherà alle Procure – di Piacenza, Milano, Roma e Bari – che hanno aperto i fascicoli su Bellomo, che, senza la toga, sarà un bersaglio mobile anche piuttosto facile da colpire.

Diamo per scontato che i lettori conoscano a menadito la vicenda di Francesco Bellomo, Davide Nalin e delle borsiste con obbligo di minigonna, tacchi a spillo e scollatura.

Sulla base di questa storia ci concediamo una riflessione serena, che non vuole essere forzosamente garantista: il Consiglio di Stato ha preso a fatica una decisione inedita nella sua storia e quasi inedita in quella della magistratura italiana non perché Bellomo è sotto inchiesta per ipotesi di reati piuttosto gravi, ivi incluse le presunte molestie sessuali, ma perché, stando alle denunce, alle testimonianze e agli esposti la sua condotta è comunque considerata eticamente riprovevole (non diciamo immorale solo perché sembra vintage). E questo deve bastare.

Anche se, in ipotesi, la magistratura penale dovesse assolvere Bellomo dalle accuse.

Infatti, al quasi ex consigliere di Stato non sarebbe capitato un bel nulla, se certe cose le avesse fatte da privato cittadino. Il problema è che i fatti di cui è accusato si sarebbero svolti all’interno di una costosa scuola privata di cui è direttore scientifico (a meno che finché da ulteriori accertamenti non emergano suoi eventuali coinvolgimenti nella proprietà…) in cui lui preparava gli aspiranti magistrati ad affrontare il temutissimo concorso.

Ecco, a dispetto di ogni garantismo, si dovrebbe sperare che anche i giudici penali gli trovassero qualcosa per quel che riguarda i rapporti con le borsiste. Perché una sua eventuale innocenza, che umanamente vien voglia di augurargli, sarebbe indice di una totale mancanza di ritegno in molti concorrenti, disposti a compromettere la propria dignità, vita privata e quant’altro pur di vincere il concorso.

E purtroppo apre qualche spiraglio in questa direzione la testimonianza dell’avvocata Rosa Calvi, che ha rifiutato la borsa di studio, rispedite al mittente le avance del prof e dichiarato che, tra le varie clausole del contratto per le borsiste c’era la rivelazione di non meglio precisati segreti industriali. E c’è da presumere che la natura di questi segreti sia già oggetto d’indagine.

«È stata colpa dei media», ha commentato Bellomo. E qui sbaglia: a dispetto del casino e delle imprecisioni del racconto giornalistico, questo risultato è stato merito dei media.

Se non ci fossero stati loro, il procedimento a carico del magistrato-genio forse sarebbe avvenuto a porte chiuse, al riparo da taccuini, telecamere e telefonini. Forse con esiti diversi. È interesse pubblico e del pubblico sapere come vengono selezionati i magistrati. Ricordiamocelo ora, che mancano pochi giorni al prossimo concorso.

 

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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