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Ma perché i giovani non dovrebbero scappar via dalla Calabria?

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Sono bastate le foto dei bus colmi di giovani che tornano a lavorare e studiare fuori per sollevare le solite polemiche

C’è chi chiede alla Regione di intervenire, ma il buco demografico è troppo grande: oltre 200mila calabresi in meno nell’ultimo decennio

Ma scappar via è legittimo. Emigrare non è un dramma, bensì è per molti l’unica speranza di una vita dignitosa

Sono bastate alcune foto su Facebook perché scoppiasse il solito parapiglia di polemiche.

Ma che hanno di tanto strano queste foto, che alla fine dei conti ritraggono una scena piuttosto comune, cioè le varie autostazioni prese d’assalto, subito dopo Capodanno, da chi tornava a lavorare o a studiare fuori regione, preferibilmente nel Centro-Nord?

Un bel niente. Solo che ora la ferita fa male e quella stessa stampa che, fino a un anno fa, riportava con indifferenza, magari dopo averli letti male, i dati di Svimez e Migrantes, ora lancia l’allarme e qualche esponente della classe politica (era ora!), lo ha preso sul serio.

Lo ha fatto, ad esempio, l’ex deputato e consigliere del Pd Franco Laratta, che dal suo blog ha lanciato un’esortazione pesante al Consiglio Regionale.

E finché lo fa Laratta, uno dei pochi esponenti calabresi che è riuscito a non farsi chiacchierare e, da parlamentare, si è portato piuttosto bene, ci sta.

Ma per il resto è il caso di stendere il classico velo pietoso. Questo spettacolo dei bus dura almeno dagli anni ’90, quando, per tamponare le carenze dei trasporti ferroviari, che c’erano già allora sebbene non nella tragica misura di oggi, furono autorizzati e incentivati i trasporti su gomma a lunga percorrenza.

Quei bus partivano già allora carichi di studenti e lavoratori. E forse hanno una responsabilità anche loro nel salasso demografico denunciato dalla Caritas, secondo cui, nell’ultimo decennio oltre 200mila persone hanno mollato la Calabria.

Possibile che solo ora questi bus, fotografati un po’ in tutti i centri della Calabria, fanno notizia? Delle due l’una: o non si sa più che scrivere (e si sa, le rotative devono comunque girare) e quindi anche una polemica costruita sul nulla fa brodo, oppure non si può far più finta di nulla, perché a bocciare la regione più povera e arretrata d’Occidente stavolta sono le anagrafi.

Duecentomila e rotti in meno costituiscono un “buco” che va moltiplicato per tre, perché sono tutte persone in età attiva e riproduttiva, i cosiddetti giovani.

Per uno che va via oggi, domani ne mancheranno tre: sono i calabresi che nasceranno altrove, sono le possibilità di sviluppo concreto che mancheranno, perché non è vero che in meno si è e più si sta comodi, sono quelli che, sulla scia delle proprie realizzazioni (anche minime) altrove, incoraggeranno altri a scappare. Un po’ come capita nei paesi in via di uno sviluppo sempre atteso, spesso promesso e puntualmente mancato.

Non per lanciare provocazioni gratuite, ma una domanda è doverosa: perché un giovane dovrebbe restare qui? Perché non dovrebbe scappare a gambe levate?

In nome di cosa dovrebbe lottare? Si può consigliare un esercizio semplice semplice: girate un po’ per gli uffici pubblici o, meglio ancora, nei baretti ad essi vicini.

Se aguzzate gli occhi e spettegolate un po’ vi accorgerete di una cosa agghiacciante: dentro quegli uffici non vi sono dei normali rapporti di lavoro, ma parentele, a volte ramificatissime, e non è raro che gli stessi cognomi si ripetano più volte. Non è raro e non è un caso, persino nei piccoli Comuni.

Se questo capita nel pubblico, figurarsi nel privato. E allora: se un decimo della Calabria è scappato è perché gli altri calabresi l’hanno espulso.

Non si raccontino le favole dell’agricoltura e del turismo: per smentirle bastano i mattinali dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, in cui viene denunciato l’abuso del lavoro nero, che da noi è prassi. Ecco, se i primi che desertificano l’economia, agendo come vampiri, sono proprio quelli che la dovrebbero incentivare, c’è da dire altro?

«Atru cà risaie, da nue ci su sulu ’e muntagne». Altro che le risaie, da noi ci sono solo montagne, diceva Cetto La Qualunque. Sbagliava: ci sono anche i call center outbound, che spuntano come i funghi, ronzano come le mosche e poi lasciano il deserto. Un piccolo assaggio di capitalismo “turbo” per una regione che il capitalismo vero, che magari devasta ma nel frattempo crea sviluppo, lo ha conosciuto poco.

E la mafia dove la mettiamo? Da nessuna parte, perché se no diventerebbe la scusante di un fallimento che riguarda una società intera, di cui la mafia, quella che spara e quella che lucra in colletto bianco, è parte integrante, non un corpo estraneo.

Ecco, in queste condizioni, emerse fin dal 2007 quando i media nazionali hanno puntato taccuini e obiettivi sul Profondo Sud, cosa volete che possa fare un Consiglio Regionale composto in massima parte da politici che sono l’espressione delle peggiori pratiche di una società civile, tale il più delle volte solo nel nome?

Finiamola con le fiabe, che puzzano di stantio come certi antichi primati (le polis greche, le prime industrie, la natura che ci ha benedetti, ecc.) e guardiamo in faccia le cose: dalla Magna Graecia siamo finiti al magna magna. E quando anche la demografia rema contro non ci sono più storie: vuol dire che i padroni stanno già sparecchiando.

Saverio Paletta

 

 

 

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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