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Pierino Buffone, il sottosegretario che rifilò un pacco a Gheddafi

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Il 29 gennaio Rogliano dedicherà una sua piazza al grande esponente della Dc nel centenario della sua nascita

Pierino Buffone, chi? A Roma, dove bazzicò a lungo Montecitorio, ma anche le sedi dei ministeri che contavano, lo chiamavano Pietro, che poi era il nome con cui fu battezzato quando venne al mondo nel lontanissimo 1918.

Solo nella sua Rogliano, cinquemila anime nella Valle del Savuto, una porzione della provincia di Cosenza che fa da cerniera con Catanzaro, e in Calabria lo chiamavano Pierino. E lui lasciava fare, perché da buon democristiano sapeva che i nomignoli e i vezzeggiativi annullano le distanze e creano complicità. Come tra una mamma e i figli: non a caso la Dc, quella vera, fu un partito dal nome femminile.

L’amministrazione di Rogliano dedicherà al suo figlio illustre la piazza principale del paese con una cerimonia solenne il prossimo 2 gennaio, in occasione del centenario della sua nascita.

Il linguaggio e i modi semplici e diretti – che gli consentirono comunque di sopravvivere a quello che lui stesso definì «un partito di volponi» – celavano un’abilità politica fuori dal comune.

Per molti, Pierino Buffone resta lo storico sindaco di Rogliano, che amministrò senza soluzione di continuità. Per altri è il longevo deputato della Democrazia Cristiana che ha percorso la storia della Prima Repubblica dalla II alla VI legislatura.

Per gli studiosi di storia contemporanea, soprattutto per quelli che si sono esercitati sui cosiddetti misteri d’Italia, Buffone è il relatore di maggioranza della Commissione parlamentare sul Sifar, il temuto servizio segreto militare, nella quale si occupò del Piano Solo, il presunto tentativo di golpe attribuito al generale dei carabinieri Giovanni de Lorenzo.

Ma, in questa delicata ottica, tutta da rileggere, ebbe un ruolo chiave anche e soprattutto in qualità di sottosegretario alla Difesa, incarico che ricoprì in due occasioni: nel secondo governo Andreotti (dal 30 giugno del ’72 al 7 luglio del ’73) e nel quarto governo Rumor (dal 12 luglio del ’73 al 14 marzo del ’74). In questo ruolo gestì la vicenda delicatissima, su cui ancor oggi si sbizzarriscono i dietrologi, dell’aereo militare Argo 16 utilizzato dal Sid, la nuova denominazione del servizio segreto militare.

Buffone è scomparso quasi cinque anni fa, dopo aver concluso la propria carriera politica come segretario provinciale della Dc e dopo una presenza da padre nobile in Forza Italia. Ma c’è chi è disposto a giurare, anzi ne è certissimo, che l’ex big abbia portato con sé nell’Aldilà molti altri, interessantissimi segreti.

Lo ha fatto capire, nel 2013, durante la presentazione a Montecitorio di Il deputato del popolo, la biografia dedicatagli dal giornalista Nando Perri, l’ex comandante generale dell’Arma dei carabinieri Roberto Jucci, che collaborò una vita con l’ex sottosegretario: «Nei governi i politici si dividono in due categorie: c’è chi appare e chi, invece, produce risultati nell’ombra», dichiarò il generale prima di raccontare un aneddoto che dà tutta la misura del personaggio.

La vicenda si svolse negli anni ’70, durante la crisi petrolifera. L’Italia, per approvvigionarsi decise di rivolgersi alla Libia di Gheddafi, un paese allora sotto embargo e non propriamente amico. Buffone e Jucci incontrarono il dittatore nordafricano in pieno deserto e aprirono con lui un negoziato proibito, considerata la situazione internazionale: petrolio contro carri armati, di cui il regime libico aveva un bisogno disperato.

I libici aprirono subito i rubinetti. L’Italia, invece, nicchiò. All’ennesima minaccia di sospendere le forniture di greggio, Buffone tirò fuori il classico coniglio dal cilindro: la Libia avrebbe avuto i carri armati, appena riverniciati, in dotazione ai carabinieri. Mezzi vecchi, che risalivano alla Seconda guerra mondiale. Carri vecchi in cambio di petrolio fresco. Una patacca in piena regola insomma. Chissà quanto impiegarono i libici ad accorgersi della fregatura rifilatagli dal bonario politico italiano, per il quale Pierino resta un soprannome e Buffone è solo un cognome.

 

 

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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