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Caso Catalogna, Puidgemont recede, Rayoj è in trappola

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Il presidente catalano tenta di placare gli animi ma è ostaggio dei suoi sostenitori

Il referendum si è rivelato una sconfitta politica e il governo centrale è pronto a reagire

La maggioranza dei catalani è in realtà indifferente all’indipendenza ed emergono gli scheletri negli armadi dei secessionisti

A vederla da fuori e a semplificarla al massimo, la vicenda catalana evoca un’immagine suggestiva: quella di due pugili (in questo caso Puidgemont e Rayoj), seduti agli angoli del ring, entrambi stanchi e ridotti a maschere di sangue, che di rimettersi a boxare non ne vorrebbero sapere ma che sono spinti di peso dai propri allenatori.

Alla fine è passata la versione soft della dichiarazione di indipendenza, ritardata più di un’ora (prevista per le 18, la seduta del Parlamento catalano è iniziata dopo le 19) e per motivi intuibili. Puidgemont sa benissimo, e con lui lo sanno i vertici dei movimenti e delle associazioni indipendentiste, di non avere la forza politica per spingersi oltre e sa che un ulteriore eccesso avrebbe spinto Madrid a un ulteriore, pericoloso giro di vite.

E non perché Rayoj sia “cattivo” e il governo centrale spagnolo sia “fascista”. Tutt’altro: perché la palese violazione della Costituzione spagnola, che non è la Carta franchista, avrebbe obbligato lo Stato centrale a reagire.

A nessuno, in questo momento, farebbe più comodo che ai vertici spagnoli un’uscita pacifica da questa pericolosa impasse, perché Rajoy è politicamente a pezzi e non ha una maggioranza solida e perché i socialisti, che reggono il governo con l’astensione, troverebbero problematico staccare la spina, visto che sono braccati a sinistra da Podemos.

Ma anche Puidgemont è assediato, anche dai suoi. Non a caso, mentre leggeva il discorso elaborato assieme ai “leghisti” catalani qualcuno, fuori dal Parlamento, gli dava del “traditore”. Già: avesse fatto il fatidico passo avanti, avrebbe scatenato la reazione, obbligata, della Guardia Civil, già pronta a intervenire, e forse anche dell’esercito. Avesse fatto il passo indietro, lo avrebbero sbranato i suoi.

Altro non gli è restato che spostarsi di lato. Detto altrimenti: ha fatto il passo del granchio non potendo fare quello del gambero.

L’indipendenza low cost non esiste, ha commentato un addetto ai lavori. E la Catalogna si sta accorgendo quanto sia costosa la sua.

Le aziende scappano via e pure le banche. Se nascesse, la tanto sospirata (ma da chi? e, soprattutto, da quanti?) dovrebbe inventarsi una nuova banca centrale: quella catalana, le cui casse ospitano capitali spagnoli e di tutto il resto d’Europa, sta già abbassando le saracinesche a Barcellona. In un’Europa che si regge sull’abbattimento delle dogane le aziende non vogliono più sentir parlare di confini e con questo dato non proprio irrilevante devono ora fare i conti tutti i nazionalisti europei, i cui Paesi si ritrovano più poveri non appena gli indipendentisti alzano la testa.

Ma torniamo al dato politico immediato: mettendosi di lato, Puidgemont, che non ha dalla sua parte neppure la sindaca di Barcellona, ha passato la palla a Madrid, a cui ora spetta decidere se e come mediare. Un governo più forte inizierebbe subito a far tintinnare le sciabole e a girare la vite della repressione, tanto più che i presupposti non mancano: si pensi solo all’inchiesta a carico del vicepresidente catalano, nella cui abitazione è stato trovato un piano di insurrezione già pronto, in cui avrebbe avuto un ruolo non secondario la Polizia locale (la stessa che si è rifiutata di intervenire contro i referendari il primo ottobre).

È solo una questione di legalità? Ovviamente no. Ma la legalità diventa secondaria solo di fronte ai grandissimi numeri e alle maggioranze schiaccianti. E questi, la domenica del referendum, non ci sono stati.

«La Costituzione è democratica», ha detto il presidente catalano, «ma c’è democrazia anche oltre la Costituzione».

È il caso di pesare questa democrazia “extracostituzionale”: “solo” il 42 per cento degli elettori catalani si è recato alle urne e “solo” il 36 per cento ha votato il fatidico “sì”. Se questi “sì” fossero stati espressi da almeno il 70 per cento degli aventi diritto, Puidgemont avrebbe potuto dire con ragione che la “legittimità” degli indipendentisti ha scavalcato la “legalità” degli unionisti. Ma questo ragionamento, di fronte ai numeri (che contano in democrazia come nell’economia), non può essere sostenuto.

Infatti, Puidgemont ha glissato e si è arrampicato sugli specchi, accusando la Guardia Civil di aver dissuaso con le cattive i catalani dall’andare alle urne. In parte ha ragione, ci mancherebbe. Ma è pure vero che i manganelli e i lacrimogeni spaventano soprattutto gli scettici e gli indifferenti. E che nell’opinione pubblica catalana abbondino gli uni e gli altri lo hanno dimostrato i sondaggi divulgati dai media, anche quelli più favorevoli agli indipendentisti, nel mese di settembre.

I catalani (o meglio, quella parte più aggressiva della classe dirigente della Generalità che pretende di parlare per tutti) hanno preso tempo: sanno che Rayoj non ha la forza politica per far rispettare la Costituzione e sperano nella mediazione difficile del re e in quella impossibile dell’Ue. Per il resto c’è il baratro e la puzza di zolfo con cui deve fare i conti chi ha evocato certi demoni e ora non sa come gestirli.

Saverio Paletta

 

 

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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