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Da Fenestrelle alla Jugoslavia passando per l’Africa, svarioni e falsi storici di un anti-italiano

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Angelo Del Boca fu tra i primi a inaugurare il filone storiografico dedicato ai presunti crimini di guerra del Regio Esercito. Ma secondo gli addetti ai lavori c’è più clamore che sostanza nella corposa produzione dello scrittore ed ex partigiano novarese, che ha trasformato l’oikofobia in un cliché letterario…

Il giornalista e pubblicista Angelo Del Boca è conosciuto al pubblico per la sua torrenziale produzione letteraria sulle colonie italiane, ma è stato spesso criticato da non pochi storici di vaglia.

Le contestazioni hanno riguardato la metodologia di Del Boca, che si traduce in una narrazione evenemenziale condita da giudizi politici ed etici; la selezione parziale (a volte faziosa) delle fonti, in cui quelle italiane sono spesso neglette od omesse; l’evidente e da egli stesso ammesso parteggiare per gli africani.

Cannoni italiani durante la guerra italo-turca

[Valgono, al riguardo, le osservazioni rivoltegli da due stimati studiosi accademici, Luigi Goglia e Fabio Grassi, in Il colonialismo italiano da Adua all’Impero, Roma-Bari 1981, p. 42; le contestazioni mossegli dallo storico Pierluigi Romeo di Colloredo Mels in due suoi articoli: I “crimini di guerra” in Etiopia: la verità oltre la faziosità anti-italiana (1) e I “crimini di guerra” in Etiopia: la verità oltre la faziosità anti-italiana (2), pubblicati in www.ilprimatonazionale.it, rispettivamente il 17 e 18 agosto 2015]

Anche se è noto principalmente per i suoi scritti sull’Africa italiana, Del Boca si è cimentato anche su altri argomenti, come ad esempio nel suo libro Italiani, brava gente? Un mito duro a morire (Vicenza 2005), che riporta molte ipotesi discutibili o certamente sbagliate.

Ad esempio, Del Boca cade in un errore storico innegabile quando accoglie acriticamente l’infondata congettura su Fenestrelle quale lager. Egli scrive che i militari ex borbonici «furono deportati […] al Nord, in carri bestiame», alcuni nel «forte di Fenestrelle, un autentico campo di repressione», poco dopo definito «lager». Del Boca si basa sul libro del giornalista Gigi Di Fiore, I vinti del Risorgimento, che ripete i canovacci di questa narrativa revisionista, inclusa la cosiddetta vasca di calce (in realtà mai utilizzata) in cui sarebbero stati distrutti i corpi di presunti soldati morti. Il professor Alessandro Barbero, nella sua lunga e documentata monografia che dedica alla mitologia di Fenestrelle lager, di cui prova la totale inconsistenza e spiega anche la genesi, parla di «una denuncia mediatica rapidamente trasformatasi in mistificazione».

Il forte di Fenestrelle

[Alessandro Barbero I prigionieri dei Savoia. La vera storia della congiura di Fenestrelle, Roma-Bari 2012 pp. 327].

Lo storico torinese risponde anche alle asserzioni di Di Fiore, scrivendo che si tratta di «affermazioni gratuite, tratte da lavori che di scientifico non hanno nulla […]. Di Fiore, infatti, la faccenda della vasca l’ha letta in un testo che normalmente nessuno storico serio includerebbe fra i propri riferimenti».

[Barbero, I prigionieri dei Savoia, cit. p. 347; sulle critiche di Barbero a Di Fiore, cfr. anche pp. 341-347].

Alessandro Barbero

Sarebbe superfluo approfondire qui oltre la questione di Fenestrelle, su cui Barbero ha pronunciato la parola definitiva nel suo studio, basato su documenti d’archivio, sull’esame incrociato delle fonti e sull’analisi dello star dell’arte sull’argomento. D’altronde, ciò è confermato da una monumentale ricerca compiuta sui ruoli matricolari dei Cacciatori Franchi.

[http://archiviodistatotorino.beniculturali.it/Site/index.php/it/progetti/schedatura/cacciatori-franchi].

Il mito di Fenestrelle lager rientra nel tentativo di Angelo Del Boca spacciare la repressione del brigantaggio come «una guerra di tipo coloniale, che anticipò, per le inaudite violenze e il disprezzo per gli avversari, quelle poi combattute in Africa», sebbene la teoria del colonialismo interno sia contestatissima, per non dire rifiutata dalla storiografia accademica.

[Per lo status quaestionis sull’abbandono della teoria del colonialismo interno, di origine marxista, cfr. Emanuele Felice, Perché il sud è rimasto indietro, Bologna 2013; per una valutazione del brigantaggio che rifugge dagli schemi gramsciani cfr. Salvatore Lupo, Il grande brigantaggio. Interpretazione e memoria di una guerra civile in Storia d’Italia Einaudi, Annali XVIII, Guerra e Pace, a cura di W. Barberis, Torino, 2002, pp. 463-502]

Bersaglieri in Jugoslavia durante la Seconda Guerra Mondiale

Un altro caso di certo errore storico riportato in Italiani, brava gente?  è quanto afferma Del Boca nel capitolo 11, intitolato perentoriamente Slovenia: un tentativo di bonifica etnica. A suo dire, l’esercito italiano durante la seconda guerra mondiale avrebbe cercato di realizzare una pulizia etnica in terra slovena.

Si può rispondere con quanto ha scritto Giorgio Rochat, uno dei maggiori storici militari italiani dopo Piero Pieri e (sia detto per inciso) dichiaratamente antifascista. Rochat, nella sua monografia Le guerre italiane 1935-1943. Dall’impero d’Etiopia alla disfatta (Torino 2005) ricorda come il Regio Esercito nei Balcani si trovò a dover fronteggiare avversari che non rispettavano le leggi di guerra e ciò comportò le reazioni abituali e tipiche di «tutti gli eserciti regolari».  [Ibidem, p. 366]

Le istruzioni di Roatta, comandante delle truppe italiane in Jugoslaviaerano banali norme antiguerriglia. Commenta il Rochat: «Sono le norme classiche dell’antiguerriglia, applicate in tutte le guerre contemporanee, con ovvie varianti e qualche limitazione rispetto ai secoli precedenti». [Ibidem, p. 369].

Soldati italiani in Libia

Dello stesso parere è Gianni Oliva, anch’egli lontanissimo dal fascismo: «Vi è stata una politica repressiva del Regio Esercito, simile a quella che gli eserciti occupanti di ogni nazione (comprese quelle più democratiche), attuano in un paese nemico […] dove si sviluppa una guerriglia».

[Gianni Oliva, Si ammazza troppo poco, Milano 2006, p. 8].

Era la dottrina di controguerriglia di tutti i belligeranti dell’epoca, conforme alle leggi di guerra vigenti, che consentivano la fucilazione dei combattenti irregolari e la rappresaglia sui civili.

Le direttive di Roatta non progettavano alcuno sterminio sistematico della popolazione, ma solo repressione dell’attività partigiana. L’inesistenza di una pulizia etnica si manifesta anche dall’ordine di risparmiare chiese, scuole, ospedali, opere pubbliche, e di non servirsi di bombardamenti a tappeto sui villaggi. Il Rochat non ha dubbi sul fatto il Regio Esercito fu, tra tutti quelli impegnati nei Balcani, certamente il meno feroce: «Va comunque ricordato che in una guerra con uno straordinario livello di atrocità e massacri da entrambe le parti, le truppe italiane furono certamente le meno feroci. Anche i più duri ordini dei comandi ponevano limitazioni alle rappresaglie, come il rispetto di donne e bambini. […] Eccessi ci furono certamente, ma per iniziative individuali o di reparti minori, non come regola di condotta delle operazioni». [Rochat cit. pp. 370-371].

Soldati italiani in Etiopia

L’ipotesi sostenuta da Del Boca del piano di una «bonifica etnica della provincia di Lubiana» è quindi insostenibile. L’esercito italiano adottò normali misure di controguerriglia, abituali all’epoca, e lo fece con una ferocia minore degli altri contendenti.

Del Boca addirittura nega l’attività di protezione di civili condotta dalle unità militari italiane nei Balcani, mentre questo è documentato dallo studio dello storico israeliano Shelah Menachem, Un debito di gratitudine Storia dei rapporti tra l’Esercito italiano e gli ebrei in Dalmazia (1941 – 1943) (Roma 2009). Menachem, professore di storia contemporanea all’università di Gerusalemme, prova che il Regio Esercito salvò una moltitudine di ebrei e di serbi, così scampati alle stragi degli ustascia. Questo storico, dalmata d’origine, fu testimone oculare degli eventi.

Gli ascari dell’Esercito Italiano durante la Guerra d’Etiopia

Bisogna aggiungere che il capitolo del giornalista contiene anche due singolari omissioni. Primo, egli presenta lo scontro interetnico fra italiani e slavi quale provocato dal fascismo, mentre invece risaliva almeno a metà Ottocento ed era stato scatenato dall’Austria imperiale e dei nazionalisti slavi, in combutta fra loro nel cercare di cancellare l’identità etnica italiana in Venezia Giulia e Dalmazia.

[Sia consentito qui il rimando ad un articolo introduttivo sul tema redatto dal sottoscritto, ovvero L’agonia della Dalmazia italiana sotto Francesco Giuseppe, che riporta la bibliografia essenziale sul tema,  pubblicato da www.nuovomonitorenapoletano.it il 29 ottobre 2013].

Secondo, sono assenti nel capitolo di Del Boca i crimini di guerra dei partigiani jugoslavi contro i militari italiani, con le loro innumerevoli e gravi violazioni delle leggi internazionali, che furono la causa dirette delle rappresaglie italiane. [F. Saini Fasanotti, La gioia violata. Crimini contro gli italiani 1940-1946, Milano 2006.] Il giornalista si limita poi ad un rapido cenno delle foibe, malgrado esse siano state per davvero una pulizia etnica e perpetrata dagli slavi contro gli italiani, con la loro cacciata quasi totale dalla Dalmazia e dall’Istria.

Ismail Enver

Numerose altre contestazioni si potrebbero portare a Del Boca. Ci limitiamo ad un caso emblematico per ragioni di spazio. Al riguardo, ecco come Del Boca descrive il comandante militare turco che aveva combattuto le forze italiane in Libia: «Usciva così dalla scena uno degli avversari più capaci e leali che l’Italia avesse mai incontrato. Un uomo dolce, sensibile, che non conosceva l’odio» (Angelo Del Boca, Gli italiani in Libia. Tripoli bel suol d’amore. 1860-1922, Roma-Bari 1986, ristampato nel 2000, p. 202).
Si tratta del generale turco Ismail Enver, prima comandante in Libia, poi ministro della guerra sotto il governo dei Giovani Turchi. Egli fu membro del triumvirato, costituito, oltre a lui, da Taalat Pascià e da Ahmed Jemal, che assunse il controllo dello stato turco nel 1913 e che concepì e realizzò il genocidio degli armeni.

[V. Dadrian, The History of the Armenian Genocide. Ethnic Conflict from the Balkans to Anatolia to the Caucasus, Oxford-New York 1995].

Uno degli autori del “Grande male”, che quasi sterminò interamente l’antichissimo popolo armeno, è descritto da Angelo Del Boca come capace, leale, dolce, sensibile ed ignaro dell’odio!

 

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