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Dove sono i rubli di Putin?

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Il Parlamento europeo ha censurato di recente la politica mediatica russa e ha approvato una relazione in cui si accusa Putin di finanziare i movimenti populisti occidentali per indebolire l’Ue. Ma i dossier provengono da fonti non neutrali e non forniscono prove. E intanto spunta lo zampino di Soros anche dietro questo episodio

Il fatto più recente, per ora, lo conosciamo già: il Parlamento europeo, a fine novembre, ha approvato un rapporto che inchioderebbe la Russia e, soprattutto, il suo leader Vladimir Putin. L’accusa non è leggerissima, sebbene non sia una novità nella storia dei rapporti tra il colosso eurasiatico e l’Occidente: i partiti nazionalisti o comunque euroscettici occidentali camminerebbero a rubli graziosamente elargiti da Mosca per indebolire l’Ue. A scorrere la lista dei nomi, la suggestione e gli indizi ci sarebbero, sebbene da qui a parlare di prove ne corre.

La vicenda è nota, ma val la pena di riportare la lista dei presunti beneficiari del nuovo “oro da Mosca”: tra questi spiccano la Lega, il Front National, lo Jobbik, il partito ungherese di destra radicale, i neofascisti greci di Alba Dorata più i nazionalisti austriaci, danesi e olandesi. Ma gli eurorubli attuali, a differenza di quelli sovietici (che rimpinzavano solo le casse dei partiti comunisti, socialisti e affini) non hanno odore né colore. Tra i presunti beneficiati si sospettano i podemiti spagnoli, aree dei laburisti inglesi, persino di M5S e pezzetti del Pd, verosimilmente quelli più ostili all’astro declinante di Renzi.

Fantapolitica? Sarà. Ma a Strasburgo hanno preso tutto sul serio. Si è parlato di guerra ibrida e, sotto il pungolo della euroduputata polacca Anna Fotyga, autrice della proposta documentata con i classici dossier, l’Ue è scesa in campo.

In cosa consiste questa dichiarazione di guerra, sempre ibrida? Il documento è diviso essenzialmente in due parti: nella prima c’è lo sputtanamento dei presunti clienti di Putin, nella seconda ci sono le misure di contenimento e contrattacco alla altrettanto presunta aggressione mediatica russa. Quindi: sanzioni contro Sputnik e Russia Today, i media multilingue colpevoli di deformare l’informazione a vantaggio della Russia (che in realtà, letti col necessario distacco critico, risultano utilissimi per capire come l’estabilishment russo interpreti sé stesso e cerchi di presentarsi al mondo), più operazioni di controinformazione, che la relazione della Fotyga definisce giornalismo investigativo, nelle zone di lingua russa.

À la guerre comme à la guerre. Sia chiaro: le guerre, anche quelle ibride, si combattono in due. Anzi, quelle ibride si possono combattere tra più parti in maniera spesso disallineata. Non a caso, Putin, riferendosi ai paesi occidentali, parla di partner e non di avversari ed evita con accuratezza il termine nemico. Gli affari sono affari, soprattutto quelli che la Russia, armata fino ai denti ma dal Pil insufficiente (solo di un paio di punti superiore a quello italiano), conduce con l’Eurozona.

Non a caso, i principali gruppi dell’Europarlamento si sono divisi e la relazione della Fotyga è passata a maggioranza. A ragione, tra l’altro: concepita così com’è, la relazione sembra studiata per dettare l’agenda di politica interna ai paesi occidentali. Infatti, basta solo che si dica non male di Putin o si solidarizzi con la Russia, come hanno fatto in tanti, per finire nella lista nera dei tangentari in rubli.

Già, val la pena ripetere: non ci sono prove inconfutabili che tutti i sospettati abbiano ricevuto quattrini dal Cremlino mentre, al contrario, non si sa chi riceva dollari dalla Nato e dagli Usa.

Forse non è un caso che proprio la Polonia sia in prima fila in questa reazione antirussa. La stessa Polonia, per capirci, che si sta armando fino ai denti e invoca una presenza massiccia della Nato sul proprio territorio. La Polonia è uno dei quattro paesi del trattato di Visegrad (gli atri tre sono Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ed è la nazione che, in quell’area, ha registrato, nello scorso decennio, la maggiore crescita industrial-finanziaria. Inoltre, è il paese che coltiva le relazioni più intense con l’Ucraina, che le ha fornito manodopera a basso costo e un mercato diretto per i propri prodotti ed è stata il cuscinetto più importante nei confronti del vicino russo. Inoltre, la Polonia è il principale partner continentale dei tre paesi baltici (Estonia, Lettonia e Lituania), che hanno rapporti turbolenti con la Russia e cercano rifugio nella Nato. Infine, la Polonia mira a una partnership privilegiata con la Germania per mettersi in posizione di forza verso il resto dell’Occidente.

Nulla di male in tutto questo. Anzi, è solo la politica estera di un paese di media grandezza che si barcamena come può tra vicini ingombranti. Ma quanto si è detto dovrebbe far capire che una cosa è l’interesse nazionale polacco, un’altra è quello del continente europeo.

Inoltre, siamo sicuri che la storia sia proprio quella che ci hanno raccontato? I media italiani parlano dei finanziamenti “proibiti” dal 2014. E, a gennaio 2016, è trapelata la notizia che certe rivelazioni choc sono state una graziosa concessione dei servizi segreti statunistensi al Telegraph britannico.

È così? Non del tutto, visto che di finanziamenti russi sottobanco alle destre radicali europee e agli euroscettici si parlava almeno dal 2009.

Lo provano quattro studi pubblicati da Political Capital, una fondazione ungherese, titolare di un interessante sito in lingua inglese, con sede a Budapest. Il primo, intitolato Russia’s far right friends (Le destre radicali amiche della Russia) risale al 2009. Dal secondo studio in avanti, si cambia registro. Nel 2014, infatti, esce The Russian Connection – The spread of pro-Russian policies on the European far right (La connection russa – La diffusione di politiche filorusse nelle destre radicali europee). Si noti la parola connection, che in inglese suona piuttosto ambigua – significa contemporaneamente coindicenza, legame, affinità – e non a caso è entrata nel gergo giornalistico-mediatico per descrivere i fatti di mafia. Il terzo saggio risale al 2015 ed è dedicato a vicende ungheresi. Infatti, si intitola I’m Eurasian – The Kremlin Connection of the Hungarian far right (Sono eurasiatico – La connection tra il Cremlino e l’estrema destra ungherese). Con la quarta ricerca, del 2016, si arriva al dunque e i gli spin doctor della fondazione si concentrano su dettagli specificamente occidentali. Il titolo è così esplicito che di più non si può: From Paris to Vladivostok-The Kremlin Connection of the French far-right (Da Parigi a Vladivostok – La connection tra il Cremlino e l’estrema destra Francese).

Serve altro? Sì: capire chi c’è dietro Political Capital e dare un occhio più attento alle date.

Questo istituto è stato fondato nel da Kristzìan Szabados, studioso specializzato nelle relazioni internazionali e nei populismi. Fin qui nulla di particolare. Ma Szabados non è uno studioso neutrale. Infatti, nel biennio ’98-2000 è stato portavoce dell’Ssd-sz, il Partito liberale ungherese. L’Ssd è stato uno dei classici partiti filo occidentali che avevano riscosso un grande successo negli anni successivi alla caduta del muro. Ora, ridimensionato dall’avanzare delle nuove destre, tra cui lo Jobbik, appunto, l’Ssd è praticamente scomparso a livello elettorale.

Più interessante di Szabados, che comunque non è una fonte imparziale, è George Soros, il miliardario più chiacchierato dai dietrologi (e non solo) di tutto il mondo. Anche in questa vicenda potrebbe c’entrare lui, visto che la sua Open Society figura tra i soci di Political Capital. Legato alla sinistra liberal del Partito democratico americano, Soros è uno degli ispiratori principali della politica estera a stelle e strisce, come ribadisce la sua vicinanza alla famiglia Clinton.

I bene informati affermano, con tanto di prove, che dietro molti sommovimenti dell’ex area imperiale sovietica ci sia stato e ci sia tuttora il suo zampino. In Georgia come in Ucraina. Difficile dire, allora quanti quattrini spenda Putin per farsi amici i fascisti e gli eurofobi. Certo è che Soros, senza quantificare le cifre, ne spende parecchi per fare l’opposto. Cioè per aumentare l’influenza Usa in quella vasta area che parte dalla Mitteleuropa e arriva negli Urali.

Sulla politica putiniana ci sono più indizi che prove. Del Fn di Marine Le Pen, ad esempio, si sa che ha ottenuto un prestito di 9,4 miliardi di dollari dalla First Czech Russian Bank, una banca russa con sede a Praga di proprietà del finanziere Jakubovis Popov, già big dei gasdotti russi e amico personale di Putin. Ma per il resto, ammonisce Political Capital, non ci sarebbero le prove.

Ciononostante, i media hanno seguito la falsariga degli studi della fondazione ungherese e hanno preso per verità assolute le tesi di Szabados e chi per lui. Con tanto di fonti citate in chiaro: ad esempio i servizi americani, che avrebbero rilasciato il corposo dossier al Telegraph a inizio 2016. Ma di queste cose i media parlavano anche negli anni precedenti (Salvini, ad esempio, è finito più volte nel tritacarne, senza che nessuno confutasse le sue smentite), quando le prove, che tuttora mancano, erano ancor meno.

Ciononostante, il Parlamento europeo approva la mozione antirussa, ennesimo episodio di guerra ibrida, contro la Russia di Putin.

Resta una domanda: chi tra i contendenti è sulla difensiva? La Russia o tutti gli altri? È chiaro che lo zar Vladimir ha bisogno di amici nei sistemi occidentali per uscire dall’accerchiamento militar-economico costruito dalla Nato attorno alla Russia. Accerchiamento che ha degli importanti supporti logistici in Polonia e nelle tre repubbliche baltiche. Si pensi, per fare un esempio, che la scorsa estate proprio in Polonia si è svolta Anaconda 2016, un’importante esercitazione militare Nato. E forse non è un caso che quest’ultimo attacco politico-mediatico provenga da una deputata polacca di indirizzo liberal-conservatore che nel proprio background annovera un periodo di formazione negli Usa.

Morale: mentre si spacciano per certezze i fondi neri di Putin ai populisti, si ignora l’unica certezza in tutta questa storia. Cioè i tentativi di condizionare in chiave filoamericana la politica europea nei confronti della Russia. L’Ue si conferma un campo di battaglia in cui i due contendenti esterni provano a smembrare la comunità per favorire una logica bilaterale. Putin ha le sue responsabilità? Forse. Ma non è il solo e c’è il rischio che quelle russe si rivelino, prima o poi, le classiche pagliuzze nell’occhio del vicino, specie se confrontate alle travi di altri.

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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