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Usa vs China: dietro la guerra dei dazi il confronto tra modelli politici

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Trump alza le barriere doganali e Pechino ha annunciato la risposta. Il confronto potrebbe logorare il consenso del presidente Usa nelle elezioni di medio periodo previste per novembre, mentre il rivale Xi Jinping ha rafforzato la sua leadership nello Stato e nel Partito, riorganizzati entrambi in maniera rigidamente verticistica. L’ascesa della tigre asiatica mette in discussione le democrazie occidentali. Ma non sarà per sempre, perché il sistema cinese mostra già le prime crepe

Non accenna ad arrestarsi lo scontro tra le due superpotenze economiche globali che si sfidano a colpi di dazi.

Nella settimana appena trascorsa Trump ha annunciato nuove imposizioni tariffarie su una serie di prodotti importati dalla Cina per un valore di 200 miliardi di dollari. La nuova ondata di tariffe che colpiranno il Made in China e che entreranno in vigore il prossimo 24 settembre sarà pari al dieci per cento in una fase iniziale, per poi passare al venticinque all’inizio del 2019.

Donald Trump

Pechino ha risposto subito all’attacco e ha fatto sapere che adotterà a sua volta barriere commerciali su circa sessanta miliardi di dollari di merci americane. Inoltre Jack Ma, il fondatore del colosso dell’e-commerce cinese Alibaba, che qualche tempo fa aveva sottolineato i pericoli di una guerra commerciale che potrebbe protrarsi fino a venti anni etichettandola come un vero disastro e aveva quindi adottato una linea più morbida promuovendo relazioni commerciali amichevoli tra Cina e Stati Uniti, fa dietro front.

Il miliardario dell’high tech non sembra per nulla voler abbandonare il campo per finire i suoi giorni in spiaggia, così come aveva annunciato qualche settimana fa, e con un secco no ad un milione di posti di lavoro negli Stati Uniti ritira la sua promessa di creare occupazione nel paese rivale.

Jack Ma, il supermanager di Alibaba

Nel frattempo, le politiche neo-protezionistiche trumpiane fanno a botte con la globalizzazione-economico finanziaria, figlia delle strategie economico liberiste messe in piedi proprio dagli Usa.

L’inasprirsi di questa guerra commerciale potrebbe avere effetti negativi sulle prossime elezioni americane di medio termine del 6 novembre 2018. Le elezioni, che riguardano il rinnovo del Congresso e l’elezione di alcuni Governatori dei singoli stati federati, sono un momento fondamentale per fare il bilancio sul mandato elettorale dell’inquilino della Casa Bianca a quasi due anni dalla sua elezione a Presidente. Le mosse commerciali del tycoon gli si potrebbero però ritorcere contro: tra gli altri, a subire le decisioni dell’inasprimento dei dazi sono infatti gli agricoltori e produttori del Midwest, che esportano soia in Cina e che sono anche il principale bacino elettorale di Trump. La guerra commerciale colpisce anche, come già accennato, il settore tecnologico-industriale e la lotta di Trump per mantenere e proteggere il primato tecnologico americano, nonostante Apple sia stata esclusa dalla lista dei prodotti a rischio imposizioni, potrebbe avere conseguenze negative per quelle aziende dell’high tech che guardano al mercato cinese con interesse.

Portaerei Usa

In questo quadro dove il commercio viene utilizzato come un’arma, provocando quasi più danni delle bombe, la guerra commerciale tra Cina e Usa rispecchia la contrapposizione tra principi e valori liberali del capitalismo occidentale e il modello autoritario cinese, che, pur mantenendo il controllo sulla società e sull’economia, ha comunque portato benefici indiscussi che hanno contribuito alla rapida crescita del Paese.

La volontà di Pechino di imporsi come potenza economico mondiale è evidente in un gran numero di iniziative sia estere che interne: dalla ormai ben nota Belt and Road initiative, alla riforma costituzionale, fino alla riorganizzazione del Partito comunista cinese (Pcc), tutto appare funzionale al tentativo di costruire un’immagine forte del Paese e di giocare un ruolo sempre più di primo piano nella geo-economia internazionale.

Il leader cinese Xi Jinping

A partire dal 2012, l’azione politica di Xi Jinping è stata mossa dall’obiettivo di realizzare entro il 2050 la grandezza della nazione. I suoi primi cinque anni di mandato presidenziale hanno segnato un cambio di rotta rispetto al riformismo di un grande suo predecessore Deng Xiaoping, che voleva uno sviluppo economico per il suo Paese senza necessariamente dover concorrere con gli Stati Uniti per conquistare il primato di prima potenza economico-mondiale. L’attuale presidente sembra piuttosto operare una strategia globale, realizzando nel processo di riforma l’unione tra politica estera e interna.

Il progetto della Nuova via della Seta (Belt and Road Initiative), un ambizioso programma di interconnessione infrastrutturale tra Asia centrale, Asean e Africa oltre ad offrire il vantaggio per la Cina di costituire basi militari e porti che vanno dall’India al Pakistan, allo Sri Lanka, a Gibuti, fino al Pireo in Europa, rappresenta un modo per accreditare il Paese come attore primario e modello di sviluppo per una nuova governance globale.

L’ex presidente cinese Deng Xiaoping

La leadership di Xi Jinping con la relativa concentrazione del potere nella sua figura è proseguita lungo due direttrici: la cristallizzazione del potere all’interno, consolidando l’architettura verticistica del partito, e la realizzazione di riforme socioeconomiche interne con lo scopo di creare un sistema-paese in grado di far fronte alle esigenze della popolazione, anche al fine di ridurre il divario tra le diverse province.

Il Partito comunista cinese a congresso

Per quanto riguarda il consolidamento e l’accentramento del potere sin dall’anno della sua ascesa a Segretario generale del Pcc, Xi Jin Ping, denominato dal partito già ad ottobre del 2016 hexin, ovvero cuore del partito, ha perseguito il rafforzamento personale. Ha serrato i ranghi attorno a sé nominando uomini di fiducia ai livelli apicali del partito, ha eliminato il vincolo dei due mandati per la carica di presidente e vicepresidente e inserito nel Preambolo della Costituzione Il Pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per la nuova era. Un potenziamento che non è fine a se stesso, ma è lo specchio della volontà di consegnare a livello internazionale una Cina compatta dal punto di vista interno ed esterno. Questo accentramento non ha però lasciato indenni sul suo percorso oppositori o corrotti. Xi ha infatti condotto una forte epurazione di funzionari e imprenditori che avrebbero impedito questa operazione di consolidamento della leadership del Partito.

Militari cinesi in parata

Il modello politico cinese centralizzato e autoritario esercita un fascino su molti governi occidentali, laddove questo consente di eliminare tutti i ritardi e le debolezze della democrazia rappresentativa. Di fronte al farraginoso, lento e difficile processo decisionale delle democrazie occidentali, la governance cinese viene dunque vista con ammirazione, e questo potrebbe mettere in pericolo il futuro delle democrazie liberali. Tuttavia, pensare che il regime autoritario cinese possa alla lunga continuare a resistere senza un domani doversi confrontare con eventuali crisi come l’ipotesi di un fallimento aziendale, la richiesta di maggiori diritti per i lavoratori o eventuali scandali su legami tra istituzioni finanziarie e organizzazioni criminali, è una previsione che appare poco credibile.

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