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Qualche osservazione al “Puzzle Moro” di Giovanni Fasanella

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Ci scrive Giuseppe Maisano da Reggio Calabria a proposito del bel libro dedicato da Fasanella al delitto Moro. Un intervento, il suo, pieno di spunti critici interessanti da leggere e meditare

Il Dr. Saverio Paletta, classe 1971, all’epoca del delitto Moro e della molto complessa trama politico-istituzionale che allora fece da contorno alla tragica vicenda, aveva appena sette anni.

Mi pare che un qualche diritto di intervento in più su quella brutta storia che ancora oggi arrovella molti scrittori e giornalisti con opere, saggi e articoli di prima pagina possa averlo pure chi come me(classe 1941) ha vissuto quei 55 giorni di buio fitto e tormento con l’ansia e l’angoscia di vedersi crollare all’improvviso addosso una costruzione gigantesca, quasi ideale, pensata per un futuro migliore della società di quei tempi, da molti anni sperato e sognato con impegno politico e indomita passione.

Via Fani dopo la strage

A quel tempo Moro, nella DC dominante e straripante su tutti i governi che si alternavano nello scenario politico del nostro Paese, era il simbolo massimo del pensiero moderato, nonchè del potere politico imperante attorno a cui ruotava l’essenza più significativa e principale degli altri partiti che con la DC costruivano e demolivano incessantemente i vari governi del Paese.

Moro aveva da tempo capito che lo sforzo da lui fatto nei primi anni 60 di aprire il governo ai socialisti non era stato sufficiente a dare al Paese quello scatto necessario per fare uscire dalle secche l’economia e ridurre le diseguaglianze sociali sempre più aspre e stridenti. I moti del 68 prima, tutti di marca sinistrorsa, fortemente destabilizzanti nei partiti e nella società, incominciavano a far maturare anche nel partito di opposizione, il PCI post-togliattiano, la coscienza di un necessario rinnovamente che preludesse a un radicale ricambio delle formule governative in atto.

Enrico Berlinguer.

L’avvento di Berlinguer alla segreteria nazionale del PCI affrontò questo problema, nel mentre in simultanea curò di comunicare allo storico alleato sovietico che la ricetta di quel comunismo scomodo stava incominciando a perdere “la spinta propulsiva”, con ciò avvisando in pari modo i democristiani locali che il suo partito aveva fatto il necessario passo dell’emancipazione politica utile a far saltare le vecchie alleanze per costruire più nuovi equilibri. Lo strappo di Berlinguer verso l’URSS però non passò inosservato all’interno del suo partito dove cominciarono i primi mugugni che presto divennero urla e grida. Questi stati d’animo si riversarono immediatamente nel Paese che in tempi brevi divenne teatro di atti terroristici sfociati in assassinii che gettarono nell’ansia e nel terrore l’intero Paese.

La copertina del libro di Fasanella

Le elezioni politiche del 1976 rappresentarono la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso: il partito socialista di De Martino con la formula degli “equilibri più avanzati” si è svuotato a favore del PCI, La DC è stata superata in voti e percentuali dal PCI, il vecchio quadro politico è uscito sconquassato e molti partiti hanno dovuto ricambiare la propria dirigenza.

Questa la situazione generale del Paese nel giorno in cui, l’otto marzo 1978, si presentava alla Camera il governo Andreotti, sostenuto da socialisti, repubblicani e socialdemocratici, appoggiato dall’esterno, per la prima volta, dal PCI guidato da Berlinguer, stanti segretari politici Zaccagnini per la DC, Craxi per il PSI, La Malfa per il PRI e Cossiga Ministro degli Interni, mentre alle nove circa del mattino dello stesso giorno a Roma, in via Fani, si consumava il rapimento dell’On. Moro Presidente della DC e mallevadore del nuovo governo che stava per insediarsi a Palazzo Chigi e nel Paese, e cadevano nel sangue per scariche di mitra quattro fedeli servitori dello Stato posti a scorta dell’illustre viaggiatore. Il tutto, sotto lo sguardo attento e vigilante del gran Maestro della Loggia P2 Licio Gelli, deluso e sconfitto fino a quel momento per gli sbocchi della crisi, e non certo felice e gaudente di ciò che stava avvenendo in quelle ore nelle stanze alte delle nostre Istituzioni.

Il giornalista Giovanni Fasanella

Il Paese di allora, alla notizia del rapimento di Moro, cadde nello sgomento e nell’incubo, e improvvisamente fu come si spalancasse davanti a tutti un baratro senza fine. Qualche giorno dopo arrivarono i primi messaggi delle BR che rivendicavano il rapimento proponendo al governo di patteggiare per avere restituito l’ostaggio. La politica prima di tutti, con il governo Andreotti in testa, i partiti di governo e di opposizione, l’opinione pubblica e la stampa nazionale si divisero simultaneamente in due orientamenti fra loro molto netti quanto opposti e contrastanti: la fermezza e la trattativa.

Attorno a questo dilemma, rigore intransigente propugnato dal governo Andreotti affiancato dal Pci di Berlinguer e dal repubblicano La Malfa, oltre che da una traballante DC zaccagniniana resa ancora più debole e zoppicante dalla scomoda posizione di Giovanni Leone al Quirinale, Presidente della Repubblica in stato di accusa per il caso Lockeed, dimessosi nel giugno successivo, da una parte; e dall’altra, la spinta e lo scatto umanitari ispirati alla trattativa per liberare il prigioniero agitati dai socialisti di Craxi e da ampi settori del pensiero laico e cattolico, si è giocata allora l’intera partita sul cosiddetto “Caso Moro”.

Bettino Craxi

Né più, né meno di tutto questo si è trattato, a mio modesto parere in quei drammatici 55 giorni senza fine; non tralasciando s’intende il caotico e continuo via vai delle innumerevoli volanti sparse per le vie di Roma e dintorni (Via Gradoli) e di alcuni altri centri prossimi alla capitale, comunque non molto lontani (il Lago della Duchessa), dove si è mosso frenetico e impotente il setaccio largo e inutile della ricerca infingarda e ambigua messa in moto da Cossiga dal Viminale, mentre a Palazzo Chigi e nelle Segreterie politiche dei partiti di governo si svolgevano laceranti dibattiti diurni e notturni ed entravano in scena farisaiche rappresentazioni degne del miglior teatro tragicomico napoletano.

Per arricchire e meglio completare il caso Moro serve l’aggiunta di altri due elementi che meritano qui doverosa menzione perché anch’essi hanno avuto un ruolo nient’affatto trascurabile nella vicenda, arricchendola di stranezze e rendendola più drammatica nel surreale. Il primo elemento attiene al tentativo dei socialisti di aprire un canale indiretto di relazione con i carcerieri brigatisti per tentare la liberazione del prigioniero. A tal uopo era stato attivato e incoraggiato ad agire nell’impresa da una componente del partito di Craxi (Giacomo Mancini e Claudio Signorile) il Prof. Franco Piperno, vecchio epigono della sinistra culturale, molto noto e stimato negli ambienti universitari di allora. L’operazione ha dato risultati che Craxi mise subito a disposizione del governo. Andreotti, abbracciato a Berlinguer e La Malfa, tutti posizionati sin dalle prime ore sul confine invalicabile della fermezza e dell’intransigenza, nonché fortemente sostenuti ed eccitati dal quotidiano “la Repubblica”, rifiutò.

Il pontefice Paolo VI

Il secondo episodio attiene alla discesa in campo di Paolo VI con la lettera-appello rivolto agli “uomini delle Brigate Rosse” nel quale il Pontefice chiedeva “in ginocchio” di liberare l’On. Moro “senza condizioni”. I termini usati nell’appello dal rappresentante della Chiesa Cattolica hanno fatto chiaramente intuire all’intero Paese il dramma intenso vissuto nel dolore dal Pontefice per la tragedia occorsa all’“amico di studi”, ma soprattutto il suo aperto(pur se sofferto) segnale di condivisione della linea della fermezza perseguita dal governo. Il momento in cui cadeva l’appello papale ai brigatisti era di massima tensione perché coincideva con l’ennesimo rinvio dell’esecuzione più volte annunciata ma sempre rinviata. Ragion per cui, a parere di molti osservatori dell’epoca, le suppliche del Papa rivolte ai brigatisti hanno segnato la parola fine della vicenda perché furono interpretate dai destinatari come il suggello finale alla linea della intransigenza tracciata dalla triade Andreotti, Berlinguer, La Malfa con il governo al seguito.

Concludendo, resto personalmente dell’umile parere che tutta la partita sul caso Moro sia stata interamente giocata entro i confini di casa nostra, tra schegge fuoriuscite dal PCI e alcuni uomini della DC spalleggiati da esponenti di Logge e Sacre Corone massoniche, per i quali la presenza delll’On. Moro rappresentava un ostacolo serio sul loro cammino per la realizzazione dei loro progetti. Sono del pari convinto che le astrusità linguistiche di Moro percepibili e annotate in campo internazionale durante la sua lunga attività all’estero quale Ministro degli Affari Esteri avessero anche potuto insospettire alcuni rappresentanti di altri Paesi in ordine alla strategia politica che lo statista italiano intendeva perseguire in Italia(Kissinger non riusciva a seguirlo quando parlava – sic!); e che la linea berlingueriana, fatta di strappi verso i gruppi estremisti che reclamavano più spazio e più ascolto, nonché i prodromi che hanno poi fatto arrivare il PCI alle “convergenze parallele” con la DC abbiano potuto irretire alquanto ii comunismo orientale nei confronti del comunismo italiano. Ma pur con tutto ciò, non mi sento sinceramente aperto, né tanto meno propenso ad abbracciare la tesi del complotto internazionale che vuole rappresentareare il nostro Paese come un teatro di pupi diretto da pupari stranieri, sostenuta da Giovanni Fasanella.nel suo libro “ll puzzle Moro”.

Giuseppe Maisano

Li 16 Agosto 2018

 

Egregio dottor Maisano,

Innanzitutto, un ringraziamento per l’attenzione prestata alla nostra recensione de “Il puzzle Moro” il bel volume di Giovanni Fasanella.

Un altro ringraziamento per la ricostruzione storica, davvero corposa, di cui ha voluto beneficare L’InDygesto (e che per questo riproponiamo integralmente).

Ciò detto, crediamo sia giusto rilevare un passaggio non secondario, che poi è il nocciolo della critica fatta da chi scrive a “Il puzzle Moro”: non si può, né con lo sguardo di allora (quello della Sua generazione, che è poi la generazione dei nostri genitori), né con quello, restrospettivo, della mia, beatificare il compromesso storico in maniera quasi acritica, come fanno molti. Né, tantomeno, trasformare Moro e Berlinguer in santini.

Il politologo Giorgio Galli

Moro, tra tutti i leader della Dc, fu quello che somiglio di più a uno statista. E Berlinguer, a sua volta, fu il leader comunista occidentale che più di tutti si pose il problema della socialdemocrazia. Cioè, detto in maniera più semplice, del modo in cui un partito comunista potesse esistere senza problemi in un sistema di democrazia liberale.

Ma ciò non toglie che le loro, quella di Moro e quella di Berlinguer, fossero essenzialmente strategie di sopravvivenza politica in un sistema politico bloccato, al di dento e dal di fuori. Già, non dimentichiamo che sia lo statista (o aspirante tale) e il leader dell’opposizione furono innanzitutto uomini di potere. Lo furono a un livello altissimo e per questo oggi sono rimpianti da molti, ma pur sempre di potere, in prima battuta all’interno dei propri partiti e poi in vista della conquista delle istituzioni.

Lo storico Miguel Gotor

In quest’ottica, che non ci pare sbagliata, il compromesso storico, fu un tentativo, abortito, di preservare la centralità della Dc, e quindi la sua egemonia nelle istituzioni, e di consentire al Pci di dare uno sfogo politico concreto ai propri consensi crescenti, quindi di entrare nella stanza dei bottoni senza spaventare nessuno, incluso il potentissimo protettore sovietico.

A rileggere bene le vicende dei due protagonisti, magari con lo sguardo lucido di Giorgio Galli, che ha dedicato studi densi e ponderosi alle storie di Dc e Pci, verrebbe da pensare che Moro sia stato trasformato in santino solo in seguito alla sua fine tragica (che è poi quel che fa capire Massimo Mastrogregori nella recente biografia dedicata al leader Dc) e che, invece, la parabola politica di Berlinguer non sia mai stata vagliata in maniera seriamente critica solo perché il compromesso abortì (o si trasformò in un pragmatico consociativismo) e il Pci non arrivò nella stanza dei bottini.

In realtà, a proposito di Berlinguer, altre critiche ci rivelano che, ad esempio, il leader comunista non mollò mai il leninismo, sebbene addolcito sotto le mentite spoglie del migliorismo (ed ecco che Togliatti rifà capolino, ma parla sardo…). E proprio facendo leva su questo cortocircuito dell’eurocomunismo Craxi riuscì a lanciare la formula del garofano, che portò il Psi nelle stanze principali di quel potere sempre lambito, a volte assaggiato ma mai gestito in prima persona.

Torniamo al libro di Fasanella. “Il puzzle Moro” è l’ultimo capitolo di una corposa ricerca che il giornalista lucano conduce da anni sui condizionamenti, reali e presunti, operati da potentati stranieri sulla nostra politica.

Detto in termini concreti, secondo Fasanella la Gran Bretagna e la Francia s’ingerirono a più riprese negli affari italiani (o tentarono di farlo) per le proprie esigenze geopolitiche nel teatro euromediterraneo.

Moro, come prima di lui Mattei ed altri tentarono, ciascuno a modo proprio, di preservare l’autonomia italiana nella politica estera pur in un quadro di sovranità limitata dalla partecipazione a uno dei blocchi del bipolarismo mondiale. E perciò diedero fastidio.

Il compromesso storico fu, da questo punto di vista in cui la politica interna si fonde con quella estera, l’ultimo tentativo di stabilizzare il sistema e trasformare la sua democrazia bloccata in democrazia decidente.

A questo punto pare ovvio che in una situazione così complessa, in cui tra interni ed esteri non c’era quasi soluzione di continuità, i “pupari” internazionali agissero a tutto spiano, da Est come da Ovest.

Facciamoci la stessa domanda che si è fatto Fasanella e, prima di lui, Miguel Gotor: le Br furono solo un affare italiano? Furono solo la più organizzata ed efficiente tra le schegge impazzite del dibattito interno alla sinistra italiana, o, dietro di loro ci fu altro?

I risultati di molte ricerche, a partire da quelle relative ai rapporti tra le Br e le altre organizzazioni terroristiche internazionali, ci rivelano con sufficiente fondatezza anche il ruolo dei servizi segreti stranieri, in particolare quelli cecoslovacchi e di organizzazioni piuttosto borderline, su cui L’IndYgesto tornerà con altri approfondimenti. A questo gioco delle parti, in cui i “cattivi” non erano solo i massoni “coperti” e i nostri Servizi “deviat”, non scappò neppure l’autonomia in cui, ha rimarcato lei correttamente, Franco Piperno ebbe un ruolo di primo piano che lo impegnò anche nella trattativa.

Suggestioni? Probabilmente qualcosa di più: una pista storiografica, al momento inaugurata (e bene) da un giornalista. Se la pista di Fasanella, che non abbiamo spiegato del tutto per questioni di spazio, fosse confermata, avremmo gli strumenti per leggere più in profondità la tragedia di Moro. Intanto, è il caso di dare un’occhiata più che seria a “Il puzzle Moro”, che ha il merito di aprire prospettive inquietanti ma affascinanti.

Con Stima,

Saverio Paletta

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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