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Renzi vince, il Pd perde, la sinistra collassa

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Il partito democratico perde un altro milione di simpatizzanti

Si riconferma alla grande l’oligarchia dell’ex premier. L’opposizione interna è allo sfascio e non esistono più alternative a sinistra

Matteo Renzi ha vinto le Primarie del Pd, ma quasi nessuno se n’è accorto. Sì e no se ne parla a sinistra dove in non pochi hanno considerato la riconferma dell’ex premier una specie di iattura.

Forse non a torto, perché la nuova vittoria di Renzi, l’unica sua vittoria politica nell’ultimo anno solare, per il resto pieno di polemiche e sconfitte, significa essenzialmente una cosa: il Pd non è più un partito di sinistra e punta a un centro piuttosto indefinito anche con qualche ambizione di occupare lo spazio, sostanzialmente vacante, della destra moderata.

E ciò spiega il vero dato di queste Primarie, conclusesi tra tante polemiche, casi eclatanti (l’annullamento del voto in vari seggi) e una conta comunque difficile perché, tolti i sondaggi, più facili da ottenere in consultazioni simboliche come questa, i dati veri sono arrivati con un ritardo significativo.

Questo dato è la flessione complessiva dei votanti: oltre un milione in meno rispetto alle Primarie dell’Immacolata del 2013. Renzi è stato confermato segretario da una base elettorale stimata in 1.848.658 elettori. Quattro anni fa, invece, avevano partecipato alle Primarie 2.814.881 aventi diritto. Ed era già un risultato ridotto rispetto a quello del 2009, quando i votanti furono 3.102.709, con un calo accettabile rispetto alle Primarie del 2007, quando si recarono agli improvvisati seggi del non ancora esistente Partito democratico 3.554.169.

È chiaro che se il Pd fosse sceso sotto la soglia del 1.800mila e rotti, i suoi dirigenti avrebbero dovuto trovare una scusa.

Ma tutto questo non sposta di una virgola il nocciolo del discorso: le primarie di fine aprile somigliano un po’ alle acclamazioni dell’ultimo Impero Romano: gli imperatori ottenevano consensi sempre più forti dal proprio seguito, costruito preventivamente ad arte, mentre l’Impero perdeva pezzi di territorio un mese dopo l’altro e le legioni si assottigliavano.

L’elemento paradossale del renzismo è questo: il Pd ha perso circa la metà delle sue simpatie globali mentre il ruolo di Renzi, a dispetto delle sconfitte politiche, si è rafforzato. Anche nelle regioni dove il Pd è forte ma Renzi era debole, come ad esempio la Calabria.

Come si spiega questa metamorfosi?

Lasciamo stare le polemiche e le accuse di brogli: le Primarie non sono elezioni “vere” ma, al più, un test di gradimento e perciò dobbiamo muoverci in quest’ottica.

La prima spiegazione è un po’ più sofisticata della banale accusa di “clientelismo”, avanzata spesso da chi non ha il potere di praticarlo o la possibilità di beneficiarne: il Pd, idenficandosi con le strutture statali, regionali e amministrative dopo una dieta di potere che durava dal 2008 è riuscito a distribuire dei dividendi di potere, attraverso lo spoil system o il rimaneggiamento dei quadri. Questa pratica ha consentito di erodere le posizioni degli oppositori interni. Ad esempio, nei territori in cui c’era l’anatra zoppa, cioè una segreteria regionale o provinciale renziana e i circoli a maggioranza cuperliana, è bastato che, per parare i colpi delle minoranze interne a traino renziano, i blocchi di potere si schierassero col segretario. In questo la Calabria, dove il gruppo di Oliverio ha praticato un’autentica “inversione ad u”, ha fatto scuola.

Renzi e la sua “conglomerata toscana” (rubiamo l’espressione allo storico Aldo Giannuli) hanno eroso le proprie opposizioni con metodi ottocenteschi: “comprandole” – usiamo l’espressione in senso lato – o costringendo chi non ci stava ad andarsene.

La seconda spiegazione è meno “partitica” e più “sociale”: quello di Renzi, a partire dal Job Act a finire con le varie manovre finanziarie, è stato di fatto il governo meno di sinistra dell’ultimo decennio, inclusa l’esperienza di Berlusconi. Sia chiaro, non si parla della sinistra in una certa accezione anglosassone, che ha preso piede anche nei nostri salotti e in non pochi circoli intellettual-chic col plauso di Confindustria. Ma della sinistra continentale, che ha preferito i diritti “sociali” a quelli “individuali”, che fanno più comodo a chi intende praticare politiche liberiste (dumping incluso).

Questa sinistra “sociale” si sta autoconfinando nella protesta, politica e sindacale, o tende al riflusso, come dimostra il calo di partecipazione. Lo stesso blocco di potere benestante che ha reso meno rovinosa la batosta di Renzi al referendum costituzionale del 4 dicembre ha blindato il suo campione alla guida del Pd. Che, a dispetto del calo, grazie ai risultati del 30 aprile si candida a leader di quel segmento moderato senza il quale non si può governare neppure un condominio. A sinistra, ma non troppo e comunque in maniera confusa, ci sono gli scissionisti di Sinistra Italiana, di Articolo 1 e M5S, che non hanno neppure l’intenzione di dialogare tra loro. A destra c’è lo scatafascio.

Il calcolo cinico, del toscanaccio e di chi lo supporta, ha funzionato alla grande: meglio azzerare la sinistra e buttare alle ortiche una certa tradizione che non essere in grado di governare affatto. E così sembra ad urne chiuse.

L’involuzione oligarchica del Pd ha messo ai margini la sinistra, che ora è costretta a recitare il De Profundis.

Forse Renzi e i suoi governeranno ancora. O forse no. Ma certe tradizioni culturali, non solo ex comuniste e socialiste ma anche e soprattutto cristiano-sociali, sono finite in soffitta: l’ultima rottamazione, appunto.

Saverio Paletta

 

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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